Dopo i primi due mesi di Mounjaro, il farmaco che prendo per dimagrire, mi sono accorta che l'appetito stava tornando, che alcune voglie di dolci stavano facendo di nuovo capolino e con l'avvicinarsi delle feste natalizie ho pensato, ok, forse è il momento giusto per passare alla dose terapeutica, dato che fino a quel momento stavo prendendo la dose minima, che serve più che altro ad abituarsi al farmaco. Fortunatamente su di me anche la dose minima ha avuto un effetto sostanziale, perché mi ha tolto completamente l'appetito e la perdita di peso è stata già considerevole, mi pare sui sette chili i primi due mesi, e soprattutto non sono da considerare solo i chili persi, ma anche i centimetri che ho perso in vita, più di dieci centimetri in due mesi, è tanta roba. Inoltre il farmaco in qualche modo agisce da anti-infiammatorio, non è molto chiaro però è così, per cui molti dei dolori reumatici che avevo si sono drasticamente ridotti.
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Eppure incontro molte persone che quando si parla di perdere peso e di farmaci, mi dicono frasi del tipo: “io voglio farcela da solo”, oppure nutrizionisti, specialmente sui social, che considerano questo metodo una scorciatoia, un percorso che non ti insegna niente e non ti porta da nessuna parte. Anche Valerio Rosso mi pare parecchio contrario. La cosa mi fa un po' sorridere, non soltanto la decisione di assumere questi farmaci è tutto meno che facile, e poi vi racconterò perché, ma quando si compie una scelta del genere ci sono molte difficoltà da affrontare, a partire ovviamente dagli effetti collaterali. Oggi invece ti racconterò una delle tante scorciatoie che ho intrapreso io per dimagrire, e soprattutto perché gli antagonisti del GLPuno sono tutto meno che una scorciatoia.
Ciao, sono Flavia Stella e questo è A Mente Ferma, un podcast in cui parliamo di crescita personale, benessere e società. Questa è la prima stagione, volevo essere magra. Ti racconto la mia esperienza con i farmaci per dimagrire, per osservare e descrivere cosa succede quando il peso smette di essere solo un fatto personale e diventa anche una questione morale, culturale e sociale. Un episodio tutti martedì mattina. Ricordati di seguirmi per non perdere nessuna puntata e passa a trovarmi su www.amenteferma.it o su Instagram amentefermailpodcast. Attenzione, io non sono un medico, per la tua salute consulta un professionista. Questa è la mia storia, cominciamo.
Se hai ascoltato il primo episodio sai che io non sono mai stata una silfide, neanche da ragazzina. A vent'anni decido che ne ho abbastanza di essere in sovrappeso e dato che quando l'allievo è pronto e il maestro arriva, proprio a quel punto incontro Tania. Lavoravo nei fine settimana in una pizzeria un po' squallida in cui loschi personaggi conducevano signorine sospette e mediamente indossavano abiti fatti su misura… per altre persone. C'era anche un intrattenimento musicale dal vivo, un duo composto nuovamente da un cinquantenne panzuto e sedentario e da una bella ragazza di origini gitane, insolitamente bionda e con un gran fisico. Una sera finiamo il turno, quando poi non ci sono più clienti, faccio due chiacchiere con il cinquantenne e casualmente vengo a sapere che lei, Tania, non è sempre stata così bella e magra, ma anzi ha perso in poco tempo tanti chili. Tanti chili in poco tempo? L'avevo già sentito da qualche parte, perché un mio fidanzatino del liceo mi aveva raccontato che sua madre era diventata uno stecco dopo aver preso certe pastiglie, prescritte da un certo medico. Così, facendo finta di saperla lunga, dandomi aria da donna vissuta, chiedo al cinquantenne… pastiglie? e lui: sì certo! … ah ecco! è diventato velocemente tutto chiaro. Devo solo chiedere a Tania come fare a procurarmi queste pastiglie e il modo più semplice, mi dice Tania, è andare da un medico che si chiama l'africano, ti fa una bella prescrizione e voilà il gioco è fatto. Allora, questo africano misteriosamente è un medico bianco e non ho mai capito perché lo chiamassero così. Mi visita, e per la modica cifra di 50.000 lire senza fattura, correvano i favolosi anni Novanta, mi dice “Facciamo sgonfiare un po' le gambe”. “Oh sì, ti prego”. Ed ecco una bella prescrizione per delle pastiglie a base di non meglio specificate erbe, da farmi preparare in una farmacia galenica in città. Inizio entusiasta alla dieta più esaltante della mia vita con la solita colazione, due yogurt magri a pranzo, una fettina di carne a cena e basta. E basta! Non ho fame e sto benissimo, sono felice, dimagrisco vista d'occhio. Sì, della diarrea l'africano mi aveva avvertito, ma credevo che dopo due o tre giorni sarebbe passata, e invece no. Così dopo un po' di tempo mi viene il dubbio che quelle non siano esattamente pastiglie della salute. Allora vado nella farmacia del paese, con la prescrizione, a farmi dire che cosa contengano. Amfetamine! Per forza ero felice e non dormivo niente del resto. Corro spaventatissima dal mio medico, anche lui al solito panzuto cinquantenne sedentario, e gli chiedo cosa fare. Per fortuna mi dà un consiglio sensato, cioè mi dice di smettere di prenderle ma gradualmente, cosa che faccio, e quello che è successo dopo ve lo racconterò nel prossimo episodio. Quella sì che era una scorciatoia. Dall'ambiguità del medico che con tanta leggerezza mi ha prescritto delle sostanze illegali senza dirmelo, passando per la mia ingenuità nel pensare di potermi fidare degli adulti della situazione, mi sono resa conto in quell'occasione che molte persone sono disposte a fare qualsiasi cosa per dimagrire, compresa me, e che in tanti ne approfittano spudoratamente. Anche per questo il business delle diete è così florido e in fin dei conti non gliene frega niente nessuno della sofferenza che si prova ad indossare panni troppo stretti, se non ai diretti interessati. Solo chi ci è passato può davvero capire cosa significa sentire il proprio corpo come un estraneo, come un nemico, come altro da sé. Torniamo ad oggi. Ho osservato che nei confronti di questi farmaci ci sono moltissimi pregiudizi, non molto diversi dai pregiudizi verso gli obesi. Il primo pregiudizio è quello arcinoto della forza di volontà. Se sei obeso o sovrappeso è perché non hai forza di volontà, perché non sai controllarti, perché ti strafoghi e la ciccia è la giusta punizione, è quello che rispetta. Sono pochi ad interrogarsi su cosa rappresenti lottare contro la propria genetica. Intendiamoci, se c'è il grasso è perché c'è stato un surplus calorico, su questo non si discute. Il problema è che una volta creato quel grasso, riuscire a perderlo è letteralmente una lotta a mani nude contro la propria biologia. Vi racconto la storia di Maria per fare un esempio. Maria è un nome inventato. Fino a venticinque anni è sempre stata magra e abbastanza attiva. A un certo punto si accorge che i suoi jeans non sono più comodi come una volta e decide di fare la classica dieta. Elimina i carboidrati per un po', bistecca e insalata tutte le sere e molto velocemente i jeans tornano comodi. Poi Maria resta incinta, la gravidanza è difficile, deve restare a letto per diversi mesi e prende circa quindici chili, molti più di quanti avrebbe voluto. Dopo la gravidanza e l'allattamento, decide di mettersi nuovamente a dieta, ma non ha tempo di fare attività fisica, può concentrarsi solo sull'alimentazione. Con grandi sacrifici, grande determinazione e grande forza di volontà, perde circa dodici chili. È felicissima, è tornata quella prima della gravidanza. Però, però, la vita frenetica che conduce tra bimbo e lavoro non le permette di riflettere troppo sul proprio stile di vita. Ogni giorno finisce gli avanzi della pappa, la sera è troppo stanca per cucinare, è spesso ordina da mangiare fuori. Lentamente, ma inesorabilmente, non solo riprende tutti i chili persi, ma ne incassa altri cinque. E ogni anno prova di nuovo a rimettersi a dieta, a gennaio. Perde cinque chili, ne riprende sette, poi ne perde dieci, ne riprende dodici. Ma perché? Cos'è successo al suo metabolismo? È successo che ad ogni dieta intrapresa, senza combinare il giusto quantitativo di proteine e senza il lavoro con i pesi, fondamentale per preservare la massa magra, Maria ha perso più muscoli che grasso e ogni volta che ha recuperato il peso, ha messo su grasso e non muscolo. Così si ritrova, dopo varie alti e bassi, con un sovrappeso di quindici, venti chili. Ma quel che è peggio, con una composizione corporea ed un metabolismo molto diversi da quelli che aveva prima di salire sull'ottovolante delle diete. Misuriamo abitualmente il nostro peso in chili, ma a parte il fatto che il peso oscilla continuamente per via dell'acqua e del sale, il numero sulla bilancia non ci dice nulla su quanto siamo davvero magri o grassi. Il numero che ci dice veramente qualcosa sul nostro stato di salute è la nostra percentuale di massa grassa e, chiaramente, anche quella di massa magra, che comprende i muscoli. Per cui nella tanto famigerata sindrome dello yo-yo, il problema non è il recupero dei chili in sé, quanto il fatto che con ogni dieta, più o meno restrittiva, si perde muscolo e poi si recupera grasso. Una dieta equilibrata con un deficit calorico moderato porta comunque a perdere tra il dieci e il trenta per cento di muscolo, è inevitabile, non può essere diversamente. Se il deficit è eccessivo, la situazione non può che peggiorare. E inoltre c'è il problema del set point. Se avete portato avanti molte diete nella vostra vita e non vi siete preoccupati di difendere la vostra muscolatura, uno perché nessuno ve lo ha mai detto, o anche perché non potete andare in palestra due o tre volte alla settimana per fare pesi, il vostro corpo cercherà di ripristinare dopo ogni dieta il vostro set point di grasso corporeo, cioè la quantità di grasso prevista per il vostro corpo. Il set point è molto soggettivo, dipende fondamentalmente dalla vostra genetica e dagli anni in cui eravate bambini e ragazzi. Fattori come la vostra storia metabolica iniziale, come l'alimentazione che avevate da piccoli, ma anche l'alimentazione di vostra madre mentre vi aspettava, influenzano fortemente il numero di cellule adipose che avete nel corpo e il range futuro di adipe a cui il vostro corpo cercherà sempre di tornare. Da adulti non è possibile cambiare questo set point, ma ci sono ulteriori brutte notizie. Dopo una dieta sarà in particolare il fatto di aver perso muscolo a spingere il vostro corpo a mandarvi messaggi di una fame irresistibile e a risparmiare quanto più possibile le energie, e lo farà finché non avrete recuperato tutto il muscolo perso. E siccome il grasso si recupera molto più velocemente di quanto si costruisca il muscolo, aumenterete di peso ma peggiorando il rapporto tra grasso e muscolo. Quindi, l'unico modo per dimagrire è stabilire un deficit calorico, ma stabilire un deficit calorico e rispettarlo può funzionare solo la prima volta che vi mettete a dieta e se lo fate per bene, concentrandovi sulla protezione dei vostri muscoli per fare in modo di perdere pochissimo muscolo, il meno possibile. Se cercate invece di farlo quando il meccanismo dello yo-yo è cominciato, quindi quando avete già perso peso più volte e ripreso più volte, vi troverete a lottare non solo contro le tentazioni e le abitudini che ci mettono il loro, ma soprattutto contro il sacrosanto istinto di sopravvivenza del vostro corpo, come è successo a Maria e a me innumerevoli volte. Per questo, quando io sento assimilare questi farmaci a scorciatoie per dimagrire, mi sento molto a disagio. Perché, come ho già detto nel primo episodio di questo podcast, i farmaci sono indicati quando il peso da perdere supera i dieci, quindici chili, non certo quando si vuole smaltire un pochettino di pancetta in previsione della prova costume. Quando il sovrappeso diventa significativo, quando la composizione corporea è già sfavorevole, ossia quando il rapporto muscoli-grasso è stato compromesso da anni di diete più o meno scellerate, la perdita di peso non è più una questione di volontà. È una questione biologica, ed è una questione estremamente complessa, che richiede non solo dei miglioramenti dello stile di vita, ma anche una comprensione profonda e un'accettazione gentile di come funzioniamo. Gentile è un'altra parola che dovrebbe entrare nel dibattito, perché solo quando diventiamo gentili con noi stessi possiamo cominciare a ragionare lucidamente su cosa dobbiamo cambiare, sul perché veramente vogliamo cambiare e su quali sono gli strumenti a nostra disposizione per farlo. Un altro pregiudizio che mi lascia perplessa è quello che considera l'obesità qualcosa di diverso da una malattia.
L'obesità in Italia è stata riconosciuta ufficialmente come malattia con la legge numero cento quarantanove del tre ottobre duemilaventicinque e in particolare come malattia cronica, progressiva e recidivante, che colpisce oltre sei milioni di italiani. Riflettiamo per un momento su cosa ci dicono queste tre parole. L'obesità è una malattia cronica, ovvero una patologia di lunga durata, almeno sei mesi o più, che richiede assistenza medica continua per anni o decenni. L'obesità è una malattia progressiva, cioè non si diventa obesi dall'oggi al domani, ma lo si diventa poco per volta, passando gioco forza da una condizione iniziale di sovrappeso, via via maggiore, che aumenta nel tempo. L’obesità, quindi, è una malattia che peggiora gradualmente, con un avanzamento verso stadi di maggiore gravità, perdita di funzionalità e deterioramento clinico, spesso irreversibile. Infine, abbiamo la terza parola, recidivante, significa che l'obesità tende a ripresentarsi dopo periodi di remissione o perdita di peso, con un alto rischio di ripresa del peso. Quindi, come vedete, nella definizione dell'obesità ci sono tutti gli elementi che abbiamo discusso fin qui, parlando del susseguirsi di diete che peggiorano la composizione corporea, e nessuno di questi termini fa riferimento alla forza di volontà. Ironicamente, sembrano proprio le diete più ferree a causare l'obesità, e quindi mi pare che la forza di volontà in questi casi non sia troppo poca, ma al contrario sia proprio troppa, una volontà quasi disperata di combattere il proprio corpo invece di ascoltare di cosa ha bisogno. Una volontà troppo determinata a cambiare senza capire, solo perché la società ci vuole magri per riconoscerci un valore. Infatti, se invece di metterci a dieta ci interrogassimo prima di tutto sul come e sul perché siamo sovrappeso, forse troveremmo strategie diverse dalla mera restrizione calorica, per quanto, ovviamente, lo sappiamo, il deficit calorico sia imprescindibile. Prima di cominciare a prendere il farmaco, mi sono chiesta come sono arrivata fino a qui, e ho trovato diverse risposte. Per sgomberare subito il campo, posso dirvi che la fame nervosa non c'entra niente. Non c'entra la dipendenza dal cibo di cui si sente tanto parlare. Tanto per cominciare vorrei chiedervi, chi è che non è dipendente dal cibo? Forse c'è qualcuno che può vivere senza cibo? Ovviamente no. Beh, direte voi, con dipendenza dal cibo si intende quando lo si usa come un estetico contro i problemi della vita. Davvero? Io, quando ho avuto un problema serio, intendo malattia, lutto, perdita di qualcosa di davvero importante, di solito ho smesso di mangiare, l'appetito mi è passato. E a voi? Parlando invece dei fastidi quotidiani, il traffico, le scadenze, i piccoli litigi, vogliamo veramente dare a loro la colpa del nostro sovrappeso? Pensate davvero che se arrivate a casa alle sei, affamati, e vi mangiate un pezzo di parmigiano invece di aspettare la cena, sia perché soffrite di fame nervosa? Non sarà che a pranzo vi siete mangiati solo una barretta o un'insalata scondita e che il vostro corpo ha tutto il diritto di reclamare cibo? Credete di avere un disturbo del comportamento alimentare è solo perché dopo cena avete voglia di qualcosa di dolce? E poi, tutti conosciamo delle persone magre che possono mangiare quanto vogliono senza ingrassare. Pensate davvero che loro non si mangino mai un pezzetto di cioccolata quando hanno un momento no, per consolarsi o per distrarsi? E che cosa sono, oltre che magri, pure supereroi? I disturbi del comportamento alimentare, quelli veri, bulimia, anoressia, ortoressia, binge eating, non c'entrano niente con la fama nervosa, sono problemi seri che richiedono tutta l'attenzione professionale possibile, escludiamoli per adesso da questo discorso. Io mi riferisco invece a quando le persone dicono che non riescono a dimagrire perché soffrono di fame nervosa e magari hanno un sovrappeso di cinque chili. Allora, mi sembra che le cause siano la vita sedentaria e una scarsa educazione alimentare più che la fame nervosa.
Ma additare la fame nervosa come colpevole torna sempre comodo perché è come dire “Sono fatto così, soffro di fame nervosa”. A te che soffri di fame nervosa, posso farti qualche domanda? Allora, quanta attività fisica fai davvero la settimana? Intendo attività fisica in palestra ma tolto il tempo che passi al cellulare. Quante ore stai seduto o seduta al giorno? Quanti passi fai? E quante ore dormi ogni notte? Dormi abbastanza? E poi l'ultimo pasto che hai fatto? È stato appagante? L'hai cucinato, l'hai preparato tu o hai mangiato quello che ti è capitato? Ti sei sentita sazia o sazio e soddisfatta o soddisfatto? C'erano tutte le calorie e nutrienti che ti servono? Oppure ti sei negata qualcosa perché che ne so, sei fissata con l'eliminare i carboidrati? Ma soprattutto, tu lo sai qual è il tuo vero fabbisogno quotidiano? Di calorie intendo. Se è tutta la vita che mangi solo millecinquecento calorie al giorno, ci credo che soffra di fame nervosa. Calcolare il fabbisogno non è banale ma in uno dei prossimi episodi avremo con noi una professionista che ci spiegherà come fare, la dottoressa Lucia Refosco.
Per oggi ci fermiamo qui, senza trarre conclusioni, c'è ancora molto da dire. Grazie per avermi seguita, questo è A Mente Ferma, io sono Flavia Stella e vi aspetto alla prossima puntata.