Avete mai la sensazione che la vostra vita proceda con il freno a mano tirato? Che per quanti sforzi facciate ci sia sempre qualcosa che vi impedisce di spingere a tavoletta sull'acceleratore, e che dobbiate conquistarvi ogni singolo minuscolo passo avanti con lacrime e sangue. Insomma, che per voi non ci sia mai una discesa.
Ecco Per quanto riguarda l'attività fisica, per me è sempre stato così. Io non sono portata per muovermi, non lo sono mai stata. Sono goffa, scoordinata, lenta. Da piccola adoravo Mimì Ayuara, e se sei troppo giovane per sapere chi è, sappi che devi andare a cercarti questo anime perché ne vale davvero la pena. Se invece sai di chi parlo, sono abbastanza certa che anche tu ora sarai in preda alla nostalgia. beh Per anni io ho pensato che non sapermi muovere fosse semplicemente una mia caratteristica, immutabile come il colore degli occhi. E poi ho scoperto che forse non era solo colpa mia, e che la persona a cui dovevo guardare per capirlo, è mia madre. Ne parliamo dopo la sigla. Ciao, bentornati su a mente ferma. Io sono Flavia Stella e questa è la prima stagione, volevo essere magra. In questo podcast racconto il mio rapporto con il cibo, il corpo, i farmaci per dimagrire, e tante altre cose che ci vengono raccontate in modo troppo semplicistico. Prima di cominciare una comunicazione di servizio. Nelle prossime due puntate pubblicherò l'intervista al mio amico Arcangelo, che ci racconterà come ha perso 30 kg senza farmaci, mentre io prendo Mounjaro e ho perso 15 kg. E la settimana prossima sarà la volta di Anna Formici, una power-lifter che mi ha letteralmente cambiato la vita in palestra, di cui vi parlerò più avanti in questo episodio. L'intervista d'Arcangelo andrà in onda domani e dopodomani, mentre noi ci rivedremo martedì prossimo. Siccome nel palazzo in cui abitavo da piccola, i ragazzini della mia età erano tutti maschi e volevano solo giocare a calcio. Io ho passato molto tempo a giocare a pallavolo contro il muro. Mimì si allenava mettendo delle catene ai polsi per rinforzarli. Vi ricordate, aveva sempre i polsi pieni di sangue e io volevo fare più o meno la stessa cosa, ma per fortuna di catene per i polsi nel mio cortile non ne ho mai trovate. Per la pallavolo non ero minimamente portata, ma a un certo punto sono entrata in una squadra e ci sono rimasta a tre o quattro anni. Avevano un disperato bisogno di giocatrici e quindi ce l'ha posto anche per me. come alzatrice, perché schiacciare francamente era fuori discussione, nonostante l'altezza. E poi, in secondo liceo, dopo due o tre anni di fermo, ho deciso di ricominciare, con il piccolo particolare che questa volta la squadra locale giocava in Serie B1. Una mia compagna di liceo, decisamente atletica, mi dice che nel settembre successivo mi porterà a un allenamento con sé, senza neanche parlarne con gli allenatori. E io mi preparo devotamente. Faccio tutte le mattine una corsa alle sei nel rovente agosto emiliano delle mie vacanze, e passo la maggior parte del tempo a fantasticare sul mio brillante futuro di pallavolista degna erede di Mimì Ayuara. Arriva il tanto atteso primo allenamento. Le altre ragazze sono alte almeno 1, 80 m, giocano in B1 da anni e io arrivo con le superga, sì, le superga quelle da passeggio. E a malapena riesco a battere dal basso. Ci alleniamo quasi tutti i giorni perché le scuole non sono ancora cominciate, 3 ore la mattina e quattro il pomeriggio. Risto due settimane durante le quali mi slogo un dito, mi strappo un muscolo alla spalla, cado dalle scale per il dolore ai quadricipiti, per non parlare delle vesciche. Un allenatore mi vede con gli occhi che mi luccicano, che mi stanno spuntando le lacrime [00:04:00] e mi dice dai su, anche le altre ragazze sono appena tornate dalle vacanze. Decido che essere presa per i fondelli è davvero troppo e getto la spugna. Mia madre mi consola e mi dice che in fondo, meglio così devo studiare, non ho tempo da perdere con lo sport. Quella frase mi ha condizionata per parecchi anni. Vi faccio una domanda che esempio sono stati per voi i vostri genitori rispetto allo sport e al movimento vi hanno spronato a muovervi o vi hanno dato consapevolmente o meno un esempio che andava nella direzione opposta. Io non avrei potuto avere due modelli più diversi. Mio padre è sempre stato un uomo sportivo e da giovane anche giocato a calcio come professionista. E ancora adesso, a ottant'anni suonati, non rinuncia ad andare in bicicletta. Però d'estate ci va. Sotto il sole cocente delle due, perché gli altri orari sono roba da donne, cioè io mi scioglierei di sudore. Mia madre [00:05:00] invece ha vissuto per tutta la vita con una difficoltà oggettiva a muoversi, e quella difficoltà ha condizionato profondamente tutto quello che mi ha trasmesso sul corpo e sul movimento. E questo perché mia madre da piccola ha avuto la poliomielite, e un piede le è rimasto deformato dalla malattia. Per questo motivo si muoveva mal volentieri, cercava di camminare il meno possibile e non amava uscire di casa, perché oggettivamente nessun paio di scarpe poteva andarle bene. E questo si traduceva nel fatto che cercava di trattenere il movimento di noi figli il più possibile e perché non poteva correrci dietro. Mia madre certamente non era consapevole di tutto questo e a sua volta deve anche aver sofferto tanto quando era piccola per non per non aver potuto giocare come gli altri bambini, o non aver potuto ballare liberamente con i suoi coetanei quando era una giovane donna. E per tutto quello a cui ho dovuto rinunciare a causa della sua [00:06:00] disabilità. Ma era una donna intelligentissima, dotata di un grande senso pratico, e mi ha insegnato a cercare sempre una soluzione per ogni problema. Ad esempio, apparecchiare sempre la tavola in modo perfetto per non doversi alzare più volte, e a trovare sempre la strada più comoda e più breve per spostarsi dal punto A al punto B. Ma così facendo mi ha anche trasmesso, senza volerlo, una grande prudenza motoria, e certamente la predilezione per uno stile di vita sedentario. Sarà per quello che mi piace tanto leggere? Lei in effetti leggeva tantissimi libri, passava tanto tempo seduta in poltrona a leggere. Le persone con una forma di disabilità fisica non la trasmettono ai propri figli, ma possono condizionare profondamente il loro modo di muoversi, e in generale il loro atteggiamento nei confronti dell'attività fisica. Io di questo mi sono resa conto quando ho frequentato un corso di pattinaggio qualche anno dopo aver lasciato la pallavolo. C'era un ragazzo sardo, [00:07:00] Roberto, che si buttava in ogni esercizio con totale noncuranza del pericolo. Cadeva rovinosamente a terra decine di volte, Si rialzava, non faceva una piega e ovviamente imparava meglio e più in fretta di tutti, era il più bravo. Io invece, col mio bel freno a mano tirato, ripetevo lentamente le uniche due o tre cosette che avevo imparato e non progredivo di un millimetro. Non era una questione di talento, era una questione di quello che avevo imparato sul rischio fisico molto prima di arrivare a mettermi dei pattini. Questo tipo di condizionamento non si esprime come, Paura esplicita, non è che avessi paura di muovermi o di allenarmi. Avevo semplicemente e sempre un'uscita di sicurezza disponibile. Mi facevo male e mollavo, mi annoiavo e mollavo. Il contesto non era quello giusto e mollavo. Ogni abbandono aveva una spiegazione ragionevole, sembravano tutti motivi perfettamente razionali, ma solo guardandoli tutti insieme, ho capito che non era sfortuna, era un pattern. E qui arriva la parte che trovo più interessante. Perché quello che mia madre mi ha trasmesso non è solo un condizionamento comportamentale, è anche letteralmente e biologicamente, una parte della mia macchina energetica. Infatti, i mitocondri sono le strutture cellulari che producono energia. Sono presenti in tutte le cellule, ma nelle cellule muscolari hanno un ruolo critico. Senza mitocondri efficienti il muscolo non ha carburante per lavorare. E i mitocondri hanno una caratteristica genetica unica rispetto a tutto il resto del nostro DNA. Si ereditano esclusivamente dalla madre. Il DNA mitocondriale non viene dal padre, viene solo dall'ovulo materno, e da lì in poi si replica così com'è di generazione in generazione per via femminile. Questo significa che la mia capacità mitocondriale di base. La dotazione cellulare con cui sono arrivata al mondo viene da mia madre e ancor prima da mia nonna, da una donna che si muoveva pochissimo, che non ha mai allenato i suoi muscoli e che non ha mai stimolato la proliferazione mitocondriale, che l'attività fisica produce. Ora, La genetica mitocondriale non è un destino scolpito nella pietra. I mitocondri si moltiplicano con l'allenamento, è uno dei meccanismi principali per cui l'attività fisica regolare migliora la resistenza e l'energia nel tempo. Puoi partire con una dotazione modesta e costruirne una molto più ricca. Ma hai comunque un punto di partenza, e il mio punto di partenza probabilmente non era esattamente tra i più favorevoli. Quindi mia madre mi ha trasmesso il freno a mano psicologico sul movimento e contemporaneamente per pura biologia, anche la macchina con cui avrei dovuto muovermi. È una di quelle coincidenze ironiche che non si sa se ridere o piangere. Io ho scelto di riderci, ma solo dopo un bel po' di tempo. Ma per fortuna c'è la ghisa da quando ho scoperto la ghisa, tutti i miei sogni di gloria. Da quando ho scoperto la ghisa, tutti i miei sogni di gloria atletici si sono finalmente avverati. Sono fortissima, il [00:01:00] mio corpo ha le caratteristiche giuste, tutto mi riesce senza sforzo. A questo punto della storia sarebbe molto edificante raccontare come io sia entrata in palestra, Dopo gli anta abbia cominciato a sollevare pesi praticamente dall'oggi al domani, e in breve tempo si è diventata una donna forte e atletica in grado di vincere competizioni amatoriali. Ma ragazzi, questo è un podcast, non Disney Channel. Nel settembre del 2021, la prima volta in cui sono andata in palestra, dopo circa un mesetto di salapesi, mi è arrivato un colpo della strega espresso a ricordarmi esattamente chi sono, un grande mal di schiena e quindi abbandono. Di nuovo. Ma a quel punto ho visto troppi video del Project Invictus, e sono ormai troppo consapevole dell'importanza di avere una buona massa muscolare. e quindi ci riprovo. A ottobre 2023, torno nella stessa palestra, ma questa volta assumo una personal trainer, e vado in sala pesi due volte alla settimana alle ore [00:02:00] 07:00 di mattina. Questa trainer purtroppo è molto simpatica, ma è della vecchia scuola, mi vuol far fare solo cardio e tapis roulant. Dopo un po' la congedo e mi rivolgo ad Anna Formici, una vera power-lifter. Anna mi fa finalmente la scheda dei miei sogni, come Andrea Biasci comanda. Esercizi multiarticolari, pesi pesanti, basse ripetizioni, squat, panca piana, e il mio adorato hip trust, quello che ci vuole mezz'ora preparare il bilanciere. Ma che ti dà grandissime soddisfazioni. Ora una piccola precisazione per chi non conosce questi termini. Il power-lifting è uno sport di forza massimale, basato su tre esercizi col bilanciere, squat, panca piana e stacco da terra. L'obiettivo è sollevare il carico massimo possibile in una singola ripetizione. Il bodybuilding, invece punta all'ipertrofia muscolare. Più massa, più definizione, uno scopo prevalentemente estetico. Anche se un [00:03:00] bodybuilder inevitabilmente è anche forte, e un power-lifter avrà sempre comunque un fisico scolpito. La differenza principale è l'obiettivo, forza nel primo caso, forma nel secondo. Io mi trovo a metà, come la maggior parte delle persone che vanno in palestra senza gareggiare. Faccio un po' entrambe le cose. Inizio a lavorare con Anna e comincia un periodo esaltante. Piano piano progredisco, mi diverto, mi sento finalmente sulla strada giusta. Arrivo a fare lo squat con 50 kg, lo stacco con 40 kg e udite udite, l'hip trust con 100 kg. Lo so, se voi avete anche solo una vaga idea di quello di cui sto parlando, sapete che sono pesi ridicoli, ma mi rendono estremamente fiera e mi danno una grande carica a tornare in palestra regolarmente. Sollevare pesi è una botta di autostima, che non mi aspettavo E poi arriva a Natale 2024. Dopo una settimana di vacanza passata in piedi a cucinare per le feste, comincio ad avere dei dolori sconosciuti che mi obbligano a mollare la palestra. Mesi dopo scopro che si tratta di artrite psoriasica, una malattia, Autoimmune reumatica, che in genere colpisce le articolazioni e può diventare seriamente invalidante, ma che, con i farmaci di nuova generazione, la dieta giusta e i giusti accorgimenti, è compatibile con una vita abbastanza normale e persino con il sollevamento pesi. Con i giusti accorgimenti, appunto, il che significa che i pesi pesanti bisogna prenderli con le pinze. Eccolo qui, il freno a mano tirato, torna a fare capolino nell'ombra, proprio nel momento in cui pensavo di averlo finalmente tolto. A questo punto vorrei anche raccontarvi di mia nonna. Una donna che è passata indenne attraverso due [00:05:00] guerre mondiali, che ha avuto otto figli, ne ha perso uno, è rimasta vedova a cinquant'anni, e ha finito i suoi giorni devastata, guarda caso, dall'artrite. Anche lei ha lasciato qualcosa di indelebile nel mio corpo e nel mio rapporto con il movimento, e soprattutto in quello che provo quando mi fermo e quando mi tiro indietro. Ma questa è un'altra storia e ve la racconterò presto. Quanto all'artrite psoriasica, questa volta non voglio arrendermi. Non voglio accettare una sentenza scritta prima di commettere il reato. Non voglio abbandonare uno sport che mi piace solo perché i miei tendini sono un po' più delicati di quelli degli altri, e detesto sentirmi fragile. Così, dopo gli otto mesi che sono stati necessari per abbassare l'infiammazione, torno in palestra, chiamo la trainer e le dico che dobbiamo ricominciare tutto da capo. Niente pesi pesanti per un po', solo carichi leggeri e [00:06:00] tanta, tanta pazienza. Ho trascorso gli ultimi sei mesi ad aumentare lentissimamente i carichi, sia per dare tempo ai tendini di riabituarsi, sia perché con il Mounjaro, come vi ho raccontato in altri episodi, devo fare i conti con un'energia limitata. Per capirci, faccio i Karl, gli esercizi con un chilo, cioè fa ridere. A quanto pare il freno a mano è diventato un compagno di viaggio fidato. Mi sembra di sentirlo che mi dice, Vai piano come faceva mia madre. Ma adesso non penso più che sia una colpa e neanche un ostacolo. È soltanto una cosa che devo affrontare e d'altronde andare piano ai suoi vantaggi. tre allenamenti alla settimana, di cui uno più leggero con solo quattro esercizi. Siccome quell'allenamento lì è più leggero, riesco sempre a farlo, anche quando non ho voglia. E c'è un grande insegnamento in tutto questo. La pazienza e la costanza sono difficili da coltivare, ma sono le conquiste che portano i risultati nel lungo termine. e accettare quello che si è, con tutti i limiti che ti costringono a ridimensionare le aspettative, è un esercizio che conquista parecchi punti per il paradiso, quello in terra, intendo. Per oggi ci fermiamo qui. Se ti è piaciuto questo episodio, mandalo a qualcuno. Qualcuno magari che prendi sempre in giro perché è pigro e non ama muoversi. Lasciami un commento che mi fanno sempre molto piacere e rispondo a tutti. Questo è a mente ferma, io sono Flavia Stella e vi aspetto alla prossima puntata.