Emilio Locurcio è stato il mio insegnante di teatro, prematuramente scomparso il 13 aprile del 2021, a causa del Covid. Qui sotto trovi un breve testo che spero possa trasmetterti un po' della persona speciale che era.
Quando andammo a vivere insieme Emilio ci regalò un suo quadro, blu, rosa, bianco e grigio. Forse perché gli avevo detto che mi sarebbe tanto piaciuto averne uno, o forse per augurarci a suo modo di essere felici. Oppure per mandare un messaggio in codice al mio compagno, di quelle cose che si dicono gli uomini e che capiscono solo loro. Al centro una chiocciola, ai lati una forchetta e un coltello, sotto un mare agitato ma festoso. E poi una frase enigmatica, scritta nella sua grafia elegante e spigolosa, piena di fascino: “Ne esiste una sola. Ed è in questa casa”. Ogni sera quando leggo qualche pagina prima di dormire, osservo il quadro e mi chiedo a cosa si riferisca quella frase. La chiocciola mi fa pensare ad una cornucopia, all’abbondanza, ai tanti doni che porta in serbo. La forchetta e il coltello in effetti rimandano a una tavola imbandita, un banchetto della vita a cui l’amore ci ha invitati e da cui prendiamo il nostro nutrimento. Poi mi chiedo perché dovrebbe essercene una sola, e perché proprio nella nostra casa. Forse quando Emilio ha dipinto quel quadro nella sua casa si nascondeva un tesoro, uno scrigno a forma di chiocciola con dentro tutti i suoi giochi di bambino, o i suoi spartiti musicali, o i testi delle sue drammaturgie… Emilio è stato il primo vero artista che ho conosciuto. Pittore, attore, musicista, scrittore, ma soprattutto demiurgo, di persone, amori, rivoluzioni di vita. Aveva un modo leggero di ascoltarti, e di vederti, senza che te ne accorgessi troppo. Come il suo sguardo sulla vita, attento ma ironico, così sinceramente interessato all’arte e all’umanità, da non prendere mai sul serio il business e la forma, ma sempre e solo la sostanza. Le persone gli affidavano la propria vita, le proprie speranze, le proprie paure, e lui sapeva custodirle, con la massima cura, sapendole fragili, intuendo il potenziale di ciascuno, senza voler mai influenzare troppo scelte che avrebbero tracciato strade e percorsi inaspettati, e accidentati. Ma così essenziali da non poter non essere intrapresi. Emilio era allergico. Allergico alla mediocrità, alle cose buttate lì con svogliatezza, al talento sprecato, alle pose e alle bugie esistenziali. Forse la differenza tra un artista ed un uomo comune, è l’allergia ai compromessi. Oppure, dei quattro valori fondamentali che motivano davvero l’esperienza umana, amore, libertà, sicurezza, vitalità, l’artista è quello che insegue sempre, al di sopra di tutto, la libertà. Gli telefonai timidamente nel febbraio del 2011, e gli chiesi se mi sarei potuta unire al suo corso di teatro, nonostante fosse iniziato già da diversi mesi. “Ma certo mia cara” mi rispose con la sua voce roca, sporcata dalle sigarette, ed un calore accogliente che avrei incontrato poche altre volte nella vita. E fu come se lo avessi conosciuto da sempre, e da sempre avessi saputo che sarei finita lì, in quella scuola di corso Moncalieri, un posto magico racchiuso in un suo piccolo universo, con stelle cadenti, donne dai fianchi larghi e i seni piccoli, tigri, caffettiere, scrigni nascosti e un mondo di poesia. Un paio di settimane dopo, nella scuola, conobbi l’uomo che, trascorsi quindici anni, ogni sera con me osserva il quadro e si chiede cosa sia, e perché ce ne sia una sola, in questa casa.