Giappone: 4% di obesi. Italia: un bambino su tre in sovrappeso. La differenza si chiama shokuiku - Episodio 18

Il Giappone ha il 4% di obesi. L'Italia — la culla della dieta mediterranea — ha quasi un bambino su tre in sovrappeso. Gli Stati Uniti un bambino su cinque obeso. In questo episodio confronto tre paesi e tre modi diversi di insegnare ai bambini a mangiare, o di non insegnarglielo. E racconto perché la differenza non sta nella qualità della cucina, ma in una parola giapponese che in italiano non esiste ancora.

Oggi voglio parlarvi di tre paesi e di come il posto in cui nasci e cresci cambia radicalmente le tue probabilità di sviluppare un rapporto sano con il cibo. Gli Stati Uniti — dove ho superato per la prima volta gli 80 kg, prendendone più di 20 in tre mesi. L'Italia — la culla della dieta mediterranea, il paese con la cucina più famosa del mondo, e quasi un bambino su tre in sovrappeso o obeso. E il Giappone — il paese con il tasso di obesità più basso del mondo sviluppato: circa il 4,5% degli adulti.

Come è possibile una differenza del genere? E soprattutto: cosa possiamo imparare da chi ha già risolto, almeno in parte, un problema che noi stiamo ancora cercando di capire?


I dati

Partiamo dai numeri, perché per me sono sempre il punto di partenza.

Negli Stati Uniti il 37-40% degli adulti è obeso. In alcuni stati del Sud la percentuale supera il 40%. Complessivamente, tra persone obese e in sovrappeso si raggiunge il 72% della popolazione. Tra bambini e adolescenti, il tasso di obesità è passato dal 15% del 2000 al 21% del 2023. Un bambino americano su cinque è obeso — non sovrappeso, obeso.

L'Italia è in una posizione intermedia: circa l'11-12% di obesità adulta, in crescita costante dagli anni Novanta. Ma è sui bambini che arriva la notizia peggiore. Secondo il sistema di sorveglianza OKkio alla Salute del 2023 — che ha coinvolto oltre 51.000 bambini di terza elementare — circa il 19% dei bambini italiani è in sovrappeso o obeso. In Liguria quasi uno su tre. In Campania e Molise le percentuali sono ancora più alte. Il gradiente Nord-Sud è netto e documentato.

Il Giappone ha circa il 4,5% di obesità adulta e il 4,4% di obesità infantile. Non è un numero piccolo in assoluto, ed è in crescita rispetto ai decenni passati. Ma è significativamente più basso di quasi tutti i paesi comparabili per reddito e disponibilità di cibo.


Shokuiku: educare attraverso il cibo

Per capire perché il Giappone fa quello che fa, bisogna partire da una parola. Shokuiku: letteralmente, educazione attraverso il cibo — non educazione sul cibo.

Nel 2005 il Giappone ha approvato la Shokuiku Kihon-hō, la Legge fondamentale sullo Shokuiku. È stata la prima legge al mondo a regolamentare in modo sistematico l'educazione alimentare come pilastro dello sviluppo fisico e mentale dei bambini. Oggi in Giappone lavorano oltre 6.000 insegnanti di nutrizione nelle scuole — professionisti specializzati, integrati nel sistema educativo come lo sono i professori di matematica o di storia.


Il kyushoku: quando il pranzo è lezione

La pratica quotidiana dello shokuiku si chiama kyushoku — il pasto scolastico giapponese, anche se "pasto scolastico" è davvero riduttivo.

Il kyushoku esiste in forma strutturata dal 1954. Oggi il 99,7% delle scuole elementari pubbliche lo fornisce. Ogni giorno, oltre 10 milioni di bambini giapponesi mangiano lo stesso pasto. Ma non in mensa: lo mangiano in classe, con l'insegnante presente, che mangia quello che mangiano i bambini.

Ogni settimana un gruppetto di studenti viene designato come kyushoku-toban — i responsabili del pranzo. Indossano grembiule bianco, cuffia e mascherina, vanno a prendere il cibo dalla cucina, lo servono ai compagni porzione per porzione. Alla fine raccolgono, puliscono, riportano tutto in cucina. Nessuno è esente.

Prima di mangiare, la classe recita all'unisono: Itadakimasu. Una parola intraducibile in italiano — un atto di gratitudine verso gli animali e le piante che hanno dato la loro vita per diventare cibo, verso i contadini che lo hanno prodotto, verso chi lo ha cucinato. Il mangiare non è un atto banale, ma un'attività importante che richiede consapevolezza.

Alla fine del pasto: Gochisōsama deshita. "Grazie per tutta la fatica che hai fatto."


Ichiju sansai e hara hachi bu

La struttura tradizionale del pasto giapponese si chiama ichiju sansai — letteralmente "una zuppa, tre piatti". Risale al periodo Heian (794-1185) ed è ancora oggi la struttura di base della cucina domestica giapponese: una scodella di riso, una zuppa (spesso miso), un piatto proteico principale, due contorni di verdure preparati in modi diversi.

Questa struttura è straordinariamente intelligente dal punto di vista nutrizionale — e lo è senza che nessuno debba contare calorie o macronutrienti. La forma del pasto garantisce automaticamente varietà di ingredienti, buona distribuzione dei macronutrienti, diversità dei metodi di cottura, porzioni moderate.

Il principio complementare è hara hachi bu: l'intento di mangiare fino all'80% della sazietà. Un insegnamento originario di Okinawa, elaborato in chiave confuciana, che promuove la moderazione non come privazione ma come rispetto per il proprio corpo. Non c'è un sistema per misurarlo — è un orientamento culturale, appreso nell'infanzia, interiorizzato nel comportamento adulto.

Il Giappone moderno non è un villaggio zen incontaminato. I giapponesi mangiano dolci, sono golosissimi di gelato, mangiano cibo industriale. Ci sono convenience store aperti 24 ore, fast food, bibite zuccherate. Ma ti insegnano come si mangia da piccoli, e poi ti mettono a disposizione le alternative. Bisogna aggiungere però che lo stigma sociale per il sovrappeso in Giappone è ancora più forte che da noi, fino a raggiungere livelli preoccupanti. Non è un modello da copiare in tutto.


Le mense americane: sicurezza nazionale e salsa di pomodoro

Il programma federale americano per la refezione scolastica si chiama National School Lunch Program (NSLP). È stato istituito nel 1946 dal presidente Truman — esplicitamente come misura di sicurezza nazionale, per produrre soldati sani. Oggi opera in circa 100.000 scuole e nell'anno fiscale 2024 ha servito quasi 5 miliardi di pasti, con un costo per il governo federale di oltre 17 miliardi di dollari.

La School Nutrition Association — l'ente che dovrebbe vigilare sui menù delle mense scolastiche — finanzia circa la metà del proprio budget con sponsorizzazioni dell'industria alimentare, tra cui Kraft Heinz, Tyson Foods e PepsiCo. Le scuole hanno budget spesso insufficienti e hanno introdotto alimenti ultra-processati che tecnicamente soddisfano i requisiti calorici federali. Due cucchiai di salsa di pomodoro sulla pizza vengono conteggiati come porzione di verdura. Tutto regolare. A norma.

La campagna Let's Move di Michelle Obama aveva provato a riformare le mense scolastiche americane. Nel 2024 il governo Biden aveva stanziato 660 milioni di dollari per portare prodotti locali e freschi nelle scuole. Nel marzo 2025 il governo Trump ha cancellato quei fondi, nonostante i contratti fossero già stati firmati.


Il paradosso italiano

L'Italia ha la dieta mediterranea iscritta nel 2010 nel Patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità dell'UNESCO. Ha una tradizione culinaria millenaria, i mercati rionali, le nonne che fanno la pasta fresca a mano. E quasi un bambino su tre in sovrappeso o obeso.

In Italia l'educazione alimentare non è una materia scolastica. Non esiste un programma strutturato e condiviso a livello nazionale. Esistono iniziative — il Programma Frutta e Verdura nelle Scuole, il Fondo per le mense scolastiche istituito nel 2017, vari progetti regionali — ma sono esperienze frammentate, dipendono dalla volontà dei singoli istituti, variano enormemente da regione a regione.

A marzo 2026, Coldiretti insieme a Filiera Italia e alla Federazione Italiana Medici Pediatri ha presentato un Manifesto per l'educazione alimentare negli asili e nelle scuole: strategia nazionale contro l'obesità infantile, patto educativo tra scuola e famiglie, cibo a km zero nelle mense, eliminazione del junk food dai distributori automatici. Un bel manifesto. Siamo nella fase dei buoni propositi, non ancora in quella delle azioni sistemiche.

Il problema non è la cucina italiana. È che una volta i manicaretti delle nostre nonne ce li gustavamo solo per le festività comandate. Oggi possiamo mangiare pizza, arancini e mortadella tutti i giorni. La nonna che fa la pasta a mano è ancora lì, in molti casi. Ma non basta più.


⚠️ Io non sono un medico. I contenuti di questo podcast sono basati sulla mia esperienza personale e su fonti che cito esplicitamente. Per qualsiasi decisione riguardante la tua salute, consulta sempre un professionista sanitario qualificato.