C'è una foto, scattata alla festa dei 50 anni di una ex-compagna di liceo, in cui sembro pesare 90 chili e lei i soliti 50. Trent'anni fa mi avrebbe rovinato la serata. Stavolta non mi ha toccata: sono diventata magra dentro. Ma da dove arriva questa pace? Dall'aver fatto pace con il mio corpo, o solo dal fatto che adesso, in quella foto, occupo poco spazio? E quanto conta che ci sia arrivata grazie alla tirzepatide? Sette riflessioni su conformismo, food noise e su cosa significhi davvero "valere" in un corpo giudicato alla prima occhiata.
Oggi voglio parlarvi di foto. Le foto che le persone grasse non vogliono mai farsi fare. Le foto che le donne non vogliono mai farsi fare.
E le foto che ti vengono fatte tuo malgrado e che quando le vedi vorresti morire. Quando sei piccola sei sempre pronta a metterti in posa. Farsi fotografare è un divertimento, vuoi fare mille foto, adori essere al centro dell'attenzione.
Poi cresci e l'obiettivo diventa il tuo peggior nemico. Peggior dello specchio, perché anche se lo specchio è protagonista della scansione quotidiana e crudele dei tuoi difetti, lo vedi solo tu e puoi sottrarti quando vuoi. Ma l'obiettivo no.
Ti tortura a suo piacimento, perché sai che quello che vedi tu lo vedono anche gli altri e soprattutto non puoi agire in alcun modo su come verrai ritratta. Nelle foto che ti fanno gli altri, non quelle che tu ti puoi ritoccare con i filtri. C'è una foto di quando sono andata in Grecia a 19 anni che mi ritrae insieme alle due ragazze con cui ero in vacanza.
Io sono al centro, quel giorno mi ero ustionata e la mia pelle bianca era diventata color gambero sul viso, sulle braccia, sulla scollatura e sulle gambe. Avevo un vestitino comprato su Postal Market, non so se sapete che cos'è, che mi stava oggettivamente molto male, con la vita alta, le mezze maniche a sbuffo e un'ampia scollatura rotonda che mi faceva sembrare un fagotto, ancora più goffo di quanto non fossi già di mio. Era decisamente troppo corto per le mie gambe e troppo scollato per il mio décolleté ustionato.
A fianco a me le mie due amiche, entrambe magrissime, abbronzatissime e strizzate in vestitini attillati che mettevano perfettamente in risalto i loro culi di marmo e le loro gambe snelle. Quella foto mi ha tormentata per anni. Quella in Grecia è stata, penso, una delle peggiori vacanze della mia vita, anzi direi la peggiore in assoluto.
I genitori di una delle due ragazze della foto, molto più benestanti dei miei, non volevano che la loro rampolla affrontasse un viaggio in traghetto, sia mai, e siccome io per vari motivi dovevo per forza fare il viaggio di andata con lei, avevo dovuto dare fondo a tutti i buoni postali che i miei zii e i miei nonni mi avevano regalato quando ero piccola per potermi comprare un costosissimo biglietto aereo. E lei non era neanche una mia amica, io la conoscevo appena. Lei era la migliore amica della compagna di classe con cui avevo organizzato questa vacanza, che era poi l'altra ragazza della foto.
La situazione era questa. Paros, isola discotecara delle Cicladi, non so se adesso sia ancora così, ma all'epoca era meta di orde di ventenni che volevano solo prendere il sole tutto il giorno e ballare tutta la notte. L'isola era parecchio selvaggia, non c'erano praticamente stabilimenti, stabilimenti balneari e nemmeno alberi, c'erano solo spiagge chilometriche, spartani baretti piazzati sotto gli unici striminziti lembi d'ombra e quattro cespugli bassi a dividere le spiagge dalla strada.
Io, con la mia carnagione di mozzarella e non sufficientemente dotata di crema solare, ero anche fortemente in imbarazzo per le mie forme troppo procaci vicino alle mie mingherline e olivastre compagne di viaggio. Andavamo in spiaggia la mattina e tornavamo la sera e quindi io passavo un po' di tempo con loro vicino alla riva del mare, ma poi dovevo andare a ripararmi da sola sotto i cespugli, cioè all'una, alle due non potevo stare con loro e nonostante questo il sole non mi aveva risparmiata. C'era un ragazzo inglese con noi, anche lui piuttosto pallido, ma se n'era abbastanza fregato perché l'interesse che provava a stare insieme alle ragazze era ben superiore al timore di scottarsi.
Lui però era magro e muscoloso e il rossore non aveva avuto su di lui lo stesso effetto cicciomello che aveva avuto su di me. Avete presente, no? Con i pomini belli rossi. Da qui la foto.
Al di là delle condizioni oggettive di difficoltà che potevo aver avuto, quanto il mio senso di inadeguatezza aveva contribuito a rovinarmi la vacanza. Se fossi stata magra e avessi avuto sufficiente crema solare sarei riuscita a divertirmi o la mia insicurezza avrebbe comunque rovinato tutto. Che cosa sarebbe stato necessario perché io mi divertissi anche essendo grassa e pallida? Non sapete quanto ho odiato quelle ragazze, quanto mi sia sentita diversa, sfigata e reietta.
Eppure ero solo pallida e grassa. E nemmeno tanto con il senno di poi. Ero grassa e pallida nel cervello prima che nel corpo.
Bentornati su A Mente Ferma. Se è la vostra prima volta qui, mi presento. Sono Flavia Stella e questo è il ventitreesimo episodio della prima stagione Volevo essere magra. Se siete nuovi vi invito ad iscrivervi al canale e al mio sito amenteferma.it dove potete trovare diverse risorse gratuite come il questionario sul food noise, la guida alla ricomposizione corporea e 12 consigli pratici per chi fa già uso dei farmaci per dimagrire. Oltre alla newsletter mensile con cui condivido contenuti extra che non trovate sul canale. Attenzione, io non sono un medico. Per la tua salute rivolgiti ad un professionista. Questa è la mia storia. Cominciamo.
L'altra sera sono andata alla festa di compleanno di una mia ex compagna di liceo che, come me, ha compiuto 50 anni quest'anno. Lei è sempre stata minuta e magrolina mentre io al liceo ero una spanna più alta degli altri, perlomeno i primi due anni poi mi hanno raggiunto. All'inizio non eravamo grandi amiche.
Lei faceva parte di un gruppetto di ragazze che si conoscevano dalle scuole precedenti e io invece ero un po' una specie di outsider. Ma poi, in terza, non so bene come, siamo diventate amiche e abbiamo cominciato a raccontarci le cose più intime e a condividere discorsi molto profondi sulla vita e sulla nostra interiorità. Negli anni successivi, mentre facevamo l'università, capitava spesso che uscissimo insieme la sera e, dopo non esserci divertite e non aver incontrato l'amore della nostra vita, facevamo le due di notte sotto casa dell'una o dell'altra, riflettendo sul perché fossimo così poco adatte a questo mondo, una in un modo l'altra nell'altro, per motivi diversi.
Tutto sembrava remarci contro. Abitavamo in provincia, avevamo famiglie tradizionali e un po' problematiche e volevamo disperatamente vivere, ma sembrava che ci fosse una specie di vetro tra noi e le esperienze che volevamo fare, prima di tutto quelle sentimentali, ma in fondo anche le altre. Poi lei ebbe un'occasione, un'occasione di vita vera, cioè fu selezionata per andare a lavorare in un villaggio turistico come animatrice.
Le dissero, alle selezioni, che erano per lavorare nei baby club di un prestigioso tour operator, che i bambini preferiscono le persone belle e che anche gli adulti preferiscono le persone belle. Per questo motivo l'avevano presa, perché lei è molto bella, lo è sempre stata e soprattutto è sempre stata magra. Da quell'esperienza è tornata trasformata, aveva avuto la possibilità di passare qualche mese in un mondo completamente diverso, a contatto con molti ragazzi e ragazze provenienti da tutta Italia, si era messa in gioco ed era letteralmente sbocciata.
La sua insicurezza sembrava evaporata al sole e da quel momento in poi si sarebbe data ai corsi di teatro, di danza e avrebbe poco dopo incontrato finalmente l'amore della sua vita. Mentre io, l'altra sera alla festa, abbiamo fatto una foto insieme, anche con le altre ex compagne presenti. Per caso è capitato che in quel momento fossimo sedute.
Io volevo che ci alzassimo, ma lei ha insistito perché rimanessimo sedute. Il risultato è una foto in cui io sembro pesare 90 chili e lei i soliti 50 scarsi. Quando ho visto quella foto ho osservato che dentro di me c'è stato un cambiamento.
Adesso so che quella foto è venuta così perché da seduti le gambe sono in primo piano ed è normale che una persona alta sembri occupare molto più spazio di quanto ne occupi in realtà. Insomma, il cambiamento è che quella foto non mi ferisce più come mi avrebbe ferita 30 anni fa. So che se l'avessimo fatta in piedi sarei apparsa in modo completamente diverso e so che non sono più così grossa e soprattutto non mi sento più così grossa.
Sono così incredibilmente grata alla tirzepatide che assumo da sette-otto mesi per questo cambiamento che non so più nemmeno come esprimerlo. Per quanto tempo ho odiato farmi fotografare e adesso nemmeno me ne importa più di come appaio da seduta vicino alle mie compagne magre di sempre. Sono diventata magra dentro, come se avessi acquisito una cittadinanza nel mondo delle nobildonne magre dalla nascita.
E tutto questo grazie ai farmaci perché per quanto avrei anche potuto, forse in tre o quattro anni, dimagrire molto e migliorare parecchio la mia condizione fisica, a questo risultato senza la tirzepatide non sarei mai arrivata. E adesso voglio fare una riflessione sul significato profondo di tutto questo.
Per prima cosa voglio chiedermi se le mie amiche del liceo fossero state più simili a me di costituzione. Voglio chiedermi: ma la mia vita, le mie scelte sarebbero state diverse? È stato per confrontarmi con loro che sono impazzita per anni dietro alle diete? Durante il liceo io non ero obesa, ero soltanto più alta e più in carne di loro, ma la differenza che percepivo era abissale. Sentirsi ingombranti, sentirsi impegnative, sentirsi non conformi. Quanto dipende dalle circostanze oggettive e quanto dalle nostre personali fissazioni e insicurezze? Ripensandoci, questa cosa mi ha perseguitata persino alle elementari.
Perché già allora io ero la più alta di tutte le compagne di classe, che oltre che piccoline erano anche magrette. Non ho avuto un'amica finché non è arrivata, nell'autunno della seconda elementare, un'altra bambina alta e abbastanza paffuta che si era trasferita per qualche motivo da un'altra scuola. Avevo deciso in un lampo che sarebbe stata la mia amica del cuore ed ero andata a fare amicizia prima di tutti.
Era stato bellissimo, finalmente avevo un'amica, una come me, con cui svettare su tutte le altre. Ma l'idillio era durato poco, perché la bambina pestifera di cui vi ho parlato nell'episodio della Giulia, quella che si era presa gioco di lei perché obesa, sì proprio lei, quella stessa bambina, si era messa in mezzo tra me e la mia nuova amica. Non so se per invidia o proprio per cattiveria, comunque in un modo o nell'altro ci aveva fatto litigare.
Dopo parecchio tempo, dopo anni credo, eravamo comunque riuscite a fare pace e a chiarirci, ma nulla era più stato come prima. Paradossalmente la mia gemella di anima e di corpo mi era stata portata via da una bambina bassa e magrolina. E io ero tornata a essere quella sola, ai margini della classe, un po' come sotto i cespugli della Grecia.
Come ho detto prima, parlando delle foto, sono diventata magra dentro. Cosa significa? La pace che provo adesso davanti all'obiettivo, da dove arriva esattamente? Arriva dal fatto che ho smesso di legare il mio valore a quanto spazio occupo in una foto? Oppure arriva molto più prosaicamente dal fatto che adesso in quella foto occupo poco spazio? C'è una differenza enorme tra queste due interpretazioni. Questa stagione si chiama Volevo essere magra, perché questa è la motivazione che mi ha spinto a fare moltissime cose nella mia vita, dalle diete ai vari sport ai corsi di consapevolezza, di meditazione e tanto altro.
E sicuramente nel tempo sono cresciuta, sono cambiata, ma alla fine quello che mi ha letteralmente liberata dall'ossessione della magrezza è stato diventare magra. Lo so che può sembrare contraddittorio, può sembrare che in realtà io non abbia risolto proprio niente, ma non penso che sia così e adesso vi spiego perché. Vi ho parlato in qualche episodio precedente di BKS Iyengar, il grande maestro di yoga scomparso nel 2014.
Ecco, lui amava molto il caffè, però sapeva che non bisogna berne troppo, che non bisogna esagerare, bisogna evitare la dipendenza perché troppo caffè fa male. Però diceva questo: se sei ossessionato dal caffè e non riesci a pensare ad altro, alla fine è molto meglio che tu te lo beva questo caffè e che tu smetta di pensarci. E credo che per me sia stato più o meno la stessa cosa.
Quando sono finalmente dimagrita, ho smesso di pensare al mio corpo, ho smesso di scrutarmi allo specchio, ho smesso di preoccuparmi di come verrà la foto. E badate bene, io adesso non è che sia diventata una fotomodella, non sono magra. Come vi ho ripetuto più volte in diversi episodi, io tecnicamente sono ancora obesa perché ho il 38% di massa grassa, anche se sono normopeso.
Eppure adesso mi sento bene, anche se non ho ancora raggiunto la migliore forma fisica possibile. Anche se la prova costume non la supererò affatto, non quest'estate e forse nemmeno la prossima e nemmeno la successiva. Ma il fatto è che non me ne importa più niente ed è questo il punto.
L'anno scorso, mentre dibattevo con me stessa per decidere se cominciare o meno la terapia farmacologica per dimagrire, sono andata, sono anzi tornata dalla psicologa con cui ho affrontato la prima psicoterapia della mia vita, ormai vent'anni fa. Le ho parlato dei miei dubbi sull'opportunità di assumere questi benedetti farmaci e lei con una certa sprezza mi ha detto: il tuo problema è che ancora non ti accetti per come sei. Ecco, è vero, aveva ragione, a 84 kg non mi accettavo per com'ero, ma adesso, a 68 kg, in cui ribadisco non sono magra, mi accetto come? E quindi c'era davvero un problema di accettazione.
Cioè, si può accettare qualcosa che per la salute non va bene in nessun modo? Ora, volendo essere onesta fino in fondo, la salute mi preoccupava da morire, ma quello che non accettavo era la mia immagine allo specchio. Però adesso non ho raggiunto nessun ideale di bellezza, sono appena appena rientrata sotto il valore superiore del range della normalità, no? Dei normopeso. Eppure per me fa tutta la differenza del mondo essere in questo range.
Non so nemmeno di preciso che taglia porto, forse la 46, eppure a 20 anni la odiavo questa taglia 46, mentre adesso mi sembra meravigliosa. Adesso mi accetto perché non sto più combattendo dalla mattina alla sera con il mio desiderio di mangiare da un lato e il mio bisogno di essere come le altre dall'altro. È per questo che mi accetto, perché questa dimensione del corpo, quella che ho adesso, è accettata socialmente.
E allo stesso tempo in questa condizione posso mangiare più o meno quello che mi piace, senza esagerare, ma non sono più tormentata dalle voglie e dalla fame. E se anche tutto questo fosse sintetico, diciamo, no? Reso possibile solo dal fatto che ho la penna di tirzepatide nel frigo, non renderebbe meno reale il senso di pace che sto provando e la libertà mentale dai pensieri sul corpo e sul cibo che sto finalmente sperimentando.
Voglio raccontarvi ancora un piccolo aneddoto per farvi capire questa cosa di conformarsi. Quando facevo le medie, correvano i favolosi anni 80, a un certo punto era scoppiata la moda del cappotto nero lungo. Tutte le mie amiche si erano comprate questo cappotto nero, che di solito era di bassa qualità, tagliato male e troppo lungo per loro, che erano decisamente bassine. Io avevo implorato i miei genitori di comprarlo anche a me, ma non hanno voluto sentire ragione.
Non so per quale motivo, ma non volevano in alcun modo che io mi conformassi a quella moda. E non era nemmeno una questione di soldi, perché i cappotti che mi avevano comprato loro costavano molto di più ed erano decisamente di migliore qualità rispetto a questi cappotti neri. Il risultato di quella trattativa che avevamo fatto fu che mi comprarono un cappotto rosso da mettere tutti i giorni per andare a scuola e uno verde a scacchi per i giorni di festa.
Ecco, mentre le mie amiche erano tutte vestite di nero, io sembravo un semaforo a giorni alterni.
Non credo nemmeno che il bisogno di essere come gli altri sia un problema della nostra società specifica in cui viviamo adesso. Credo che sia un istinto biologico, un bisogno assolutamente umano di sentire di far parte di un gruppo, di essere come gli altri.
E quindi voler essere magri come gli altri non è solo un desiderio costruito artificialmente dall'industria del cinema e della moda. Anche, ma secondo me è qualcosa di molto più profondo, che mi ha condizionato pesantemente per tutta la vita e, come me, credo che lo stesso sia stato per moltissime altre persone. Perché non tutti abbiamo la stessa genetica e tra vita sedentaria e cibi iperpalatabili è stato estremamente facile per moltissime persone uscire dal range del normopeso, oppure non rientrarci proprio mai, anche senza tirare in ballo i problemi del comportamento alimentare o chissà quale rapporto difficile con il cibo.
Nell'equazione poi va aggiunto il food noise perché è una componente importantissima della nostra sofferenza. In sostanza, tra diete e privazioni, abbuffate e recupero del peso, si innesca questo tormento psicobiologico del food noise, di cui abbiamo parlato diffusamente nell'episodio 20, che vi invito a recuperare se non lo avete visto. Vi lascio il link in descrizione.
E quando si è installato lui nel nostro cervello, seguire una dieta, anche la più bilanciata, diventa praticamente impossibile. Ma perché dentro di noi c'è una forte tensione, c'è il contrasto fra il desiderio spasmodico di tornare nel normopeso e la pressione biologica a preservare il grasso che abbiamo addosso e che semplicemente ci rende la vita un inferno, diciamocelo. Ed è quello che ci spinge ad investire tutte le nostre risorse, tutte le nostre energie, nella ricerca del modo definitivo di dimagrire e a togliere la nostra attenzione da quello che sarebbe invece importante perseguire, cioè la nostra realizzazione personale come esseri umani.
Trovare il lavoro che ci appaga oltre a permetterci di mantenerci, coltivare le relazioni umane che ci arricchiscono veramente, esplorare l'espressione artistica. Tutto questo viene messo in secondo piano dal nostro desiderio disperato di essere magri che, se ci pensate, al di là delle motivazioni salutistiche, per l'evoluzione dell'essere umano non ha proprio nessun valore.
Una volta ho visto uno spettacolo della strepitosa Alex Borstein, l'attrice che interpreta Susie Myerson in una delle serie più belle di tutti i tempi, La meravigliosa signora Maisel. Se non l'avete mai vista ve la consiglio vivamente e poi in futuro ve ne parlerò nello specifico perché in tema di realizzazione personale è proprio una serie da vedere. Tornando allo spettacolo di Alex Borstein c'è una battuta folgorante che dice più o meno così in questo spettacolo. Se al mondo fossimo tutti ciechi non gliene fregherebbe un cazzo a nessuno di essere magro.
Salute o non salute? Ecco questa è la pura verità. Essere magri non ha nessun valore intrinseco, a parte la salute ovviamente, ma non è che se siamo magri siamo persone migliori, non portiamo nessun contributo speciale alla società né all'arte né al sapere né all'evoluzione morale della specie, anzi probabilmente siamo pure dei cuochi peggiori da magri a dirla tutta. Però il problema è che non siamo tutti ciechi o meglio non è esattamente un problema ma essere magri in questa società è importante perché volenti o nolenti siamo giudicati dalla prima occhiata e se siamo diversi dalla norma dobbiamo avere le spalle molto larghe per sopportarlo.
Io forse quelle spalle larghe non le ho, non le ho ancora, però la cosa che mi rende più felice adesso non è tanto sentirmi bene nel mio corpo, per quanto sia importante, ma è avere la mente libera di pensare ad altro e chissà, magari tra qualche anno, dopo che avrò dedicato abbastanza a lungo il mio tempo e le mie energie a realizzarmi come persona, invece di cercare di dimagrire, sarò sufficientemente forte da poter tollerare di essere diversa, anzi sarò così forte che potrò esserne fiera.
Per oggi ci fermiamo qui, senza trarre conclusioni, c'è ancora molto da dire. Se vi è piaciuto quest'episodio mandatelo a qualcuno che lotta da tutta la vita contro il proprio peso e raccontatemi la vostra esperienza nei commenti.
Questo è A Mente Ferma, io sono Flavia Stella e vi aspetto alla prossima puntata. Ciao!