Mounjaro e Vipassana: due modi per silenziare il food noise (e cosa c'entra la mindful eating)

In questo episodio racconto i dieci giorni di silenzio assoluto che ho trascorso in un ritiro Vipassana — e la cosa più strana che ho scoperto: per la prima volta in trent'anni, non pensavo mai al cibo. Niente voglie, niente food noise, niente pianificazione del pasto successivo. Solo il pasto davanti a me, e basta. Da quella esperienza al concetto di mindful eating il passo è breve — ma più interessante di quanto sembri.

In questo episodio trovi:

  • Cos'è la Vipassana e come funziona un ritiro di dieci giorni in silenzio
  • Perché il silenzio mentale spegne il rumore intorno al cibo
  • Cosa ha in comune con il Mounjaro — e dove invece divergono completamente
  • Cos'è la mindful eating e come si pratica concretamente
  • Anthony De Mello e l'idea che l'attenzione, non la disciplina, sia la chiave

Se hai già provato a mangiare senza telefono e senza schermo almeno una volta, sai già di cosa parliamo.

C'è una cosa che non vi ho ancora detto su Mounjaro. Tutti parlano del food noise — lo sapete, quel silenzio improvviso nella testa, quella sensazione di aver finalmente sgomberato una stanza che era sempre stata piena di cianfrusaglie. Vi ho già raccontato che per me la scomparsa del food noise è stata un cambiamento enorme.

Perché io non avevo idea, prima. Davvero nessuna idea di quanta energia mentale stessi usando ogni giorno a pensare al cibo. Non me n'ero mai resa conto perché semplicemente non avevo mai sperimentato il contrario. È come non sapere di avere sempre mal di testa finché il mal di testa non ti passa all'improvviso.

E parlarne a voce è come tentare di descrivere un colore a una persona che non ci vede. Sono abbastanza sicura che se siete persone naturalmente magre, probabilmente non capirete di cosa stia parlando. Ma abbiate fiducia, ci arriviamo.

Perché io oggi voglio confessarvi che quel silenzio, in realtà, io l'avevo già sentito una volta, anche prima di assumere Mounjaro. Vent'anni prima, per la precisione, in dieci giorni passati in un posto un po' magico, sperduto nella provincia di Piacenza, circondata da persone con cui non ho scambiato una parola per giorni, senza telefono, senza libri, senza niente a cui aggrapparmi.

All'epoca non avevo capito esattamente cosa fosse successo. L'avevo archiviato come una di quelle belle esperienze, irripetibili, e poi ero tornata a casa, e il rumore del cibo era tornato, e avevo pensato che fosse normale. Invece no, quell'esperienza non era stata casuale e aveva una spiegazione. E oggi, che sto sperimentando il ritorno di una certa quantità di food noise, devo assolutamente raccontarvela, perché forse ne avrò bisogno di nuovo, molto presto.


Cos'è la Vipassana

Nel 2006 avevo appena cominciato il corso insegnanti di yoga, quando alcuni compagni hanno cominciato a parlare della meditazione Vipassana. In particolare, hanno cominciato a parlare di un ritiro — quello ufficiale dell'Associazione internazionale della Vipassana — in cui ti insegnano questo particolare tipo di meditazione.

Era una cosa che mi affascinava molto, ma mi faceva anche molta paura, perché questo ritiro, che dura dieci giorni, ti chiede di osservare il silenzio assoluto. Proprio così: per dieci giorni non puoi parlare con nessuno, neanche per dire grazie, scusa, per favore.


Cosa si fa e non si fa al ritiro di Vipassana

Condividi gli spazi con un bel po' di altre persone, per cui devi fare i turni per andare in bagno e anche per mangiare. Consegni il cellulare agli organizzatori e non puoi né parlare né scrivere, né leggere, ma neanche fare ginnastica o correre. Puoi solo meditare, dalle quattro del mattino fino alle nove di sera circa. Dormi in stanza con altre quattro o cinque persone, donne con donne, uomini con uomini.

Il ritmo è sempre lo stesso: sala di meditazione, pasto, riposo, sala di meditazione, cena, ancora meditazione, poi a dormire. Solo il decimo giorno puoi finalmente parlare con tutte le altre persone che hanno partecipato al ritiro, e condividere questa incredibile esperienza con gli altri.

Ormai avrete capito che anche se mi faceva molta paura, alla fine il ritiro l'ho fatto, ed è stata una delle esperienze più belle e più intense della mia vita. E in questo periodo sono molto tentata di ripeterla, anche se magari non per dieci giorni interi.

Ve lo racconto perché in quei giorni, purtroppo ormai lontani, ho sperimentato una condizione di silenzio mentale meravigliosa. Avete presente quel cicaleccio continuo che sentiamo da quando apriamo gli occhi fino a quando ci riaddormentiamo la sera? Ecco, dopo tutte quelle ore di silenzio e di meditazione si era completamente zittito. E io ho sperimentato per la prima volta nella mia vita la pace assoluta.


La Vipassana: qualche premessa

La meditazione Vipassana è una tecnica che si tramanda sia stata ideata e insegnata direttamente da Buddha. Fa parte quindi della tradizione buddista ed è molto antica. Però viene insegnata in modo assolutamente laico, e quindi per praticarla non è necessario essere buddisti, né credere nell'esistenza di alcun Dio. Se sei credente o praticante di qualsiasi religione, non è un problema.

La Vipassana è stata diffusa nel mondo occidentale da Satya Narayan Goenka e da John Coleman. Sia Goenka sia Coleman purtroppo sono morti — sono state due persone incredibili. Coleman era un agente della CIA che ha scoperto la Vipassana in Thailandia; Goenka era un imprenditore di successo che si era avvicinato alla meditazione per curare le proprie terribili emicranie. Cosa hanno in comune due personaggi così distanti? Erano entrambi allievi del maestro Sayji Uba Kin, un monaco buddista che li ha autorizzati all'insegnamento di questa disciplina che, per tradizione, viene insegnata gratuitamente.

Se incontrate qualcuno che si vuol far pagare per insegnarvi la Vipassana, o che vi propone un'app di Vipassana, lasciate perdere. La Vipassana è, per così dire, patrimonio dell'umanità, e nessuno deve specularci sopra. Se andate a fare un ritiro ufficiale, al massimo vi chiederanno un'offerta volontaria: avrete quasi sempre vitto e alloggio gratuito.


Quello che è successo in quei dieci giorni

Ero in camera con una ragazza bosniaca, un'infermiera mi pare. Poi c'era una ragazza russa, Marina, che anni dopo mi ha ospitata a Mosca, una ragazza inglese e un'altra italiana. Tutte cose che ho scoperto solo alla fine, perché per dieci giorni non ci siamo scambiate neanche una parola e non ci siamo guardate in faccia. La regola era di guardare in basso e non cercare di incrociare lo sguardo dell'altro, per non avere poi la tentazione di comunicare in qualche modo.

Una sera, mancavano pochi minuti al momento di spegnere la luce. Eravamo tutte e cinque nei nostri letti, pronte per dormire. E a un certo punto, una delle ragazze, nel silenzio più assoluto, fa una piccola scoreggia. Siamo scoppiate tutte a ridere, perché in quel completo silenzio si era sentita benissimo, quasi amplificata. Ci siamo finalmente guardate in faccia, tutte sorridenti e divertite. Con la sensazione di aver commesso una marachella e una neonata complicità. Senza dire una parola, all'improvviso ci siamo sentite tutte unite nella nostra umanità.

C'è anche un altro episodio che mi preme raccontarvi, perché anche in quel contesto protetto e spirituale, qualcuno è riuscito, con un'innocua domanda, a scalfire la mia serenità. Ero andata al ritiro con una mia amica incinta — solo al quarto o quinto mese, e anche una ragazza molto alta, quindi la pancia si vedeva appena. Tutti sapevano che c'era una ragazza incinta nel gruppo, perché spesso negli annunci quotidiani a lei veniva detto esplicitamente di comportarsi in modo diverso dagli altri. A un certo punto arriva una ragazzona australiana che infrange tutte le regole della Vipassana in un colpo solo — silenzio, non violenza, rispetto, eccetera — mi si avvicina e mi chiede: sei tu la ragazza incinta? Cinque parole. Sarei voluta sprofondare.


Vipassana, cibo e food noise

Cosa c'entra la Vipassana con gli argomenti di questo podcast? C'entra più di quanto si possa pensare, specialmente se allarghiamo un pochino il campo della discussione.

Io quando sono andata al ritiro ero nel mio periodo di ricerca spirituale, vivevo lo yoga come una via per l'illuminazione. Però se ve ne parlo adesso, non è per consigliarvi di sedervi a gambe incrociate ad attendere il Nirvana. Ma perché quel silenzio mentale di cui conservo un così bel ricordo riguardava anche il mio rapporto con il cibo.

In quei giorni non pensavo mai a mangiare, se non proprio quando sentivo lo stomaco brontolare. Passavo ore e ore al giorno praticamente sola con me stessa e con i miei pensieri, ma non c'era nessuna voglia, nessun pensiero intrusivo sulle diete o sull'esigenza di dimagrire. Niente di niente.

E quando andavo a mangiare in silenzio nel refettorio, mi gustavo con enorme piacere i pasti — preparati egregiamente da una cuoca bielorussa, mi pare — interamente vegani. La cena consisteva solo in un po' di frutta e una tisana, e non ho mai patito la fame. Alla fine sono anche un po' dimagrita, avrò perso uno o due chili.

A parte l'intrusione dell'australiana, è stato come prendermi una pausa da me stessa e dalle mie nevrosi. Motivo per cui consiglio questo tipo di esperienza a tutte le persone con cui mi capita di parlarne.


Vipassana e Mounjaro: due strade, lo stesso posto

Quel silenzio mentale è davvero molto simile, per quel che riguarda il cibo, all'effetto che ha avuto Mounjaro sulla mia mente. Durante i primi mesi ho potuto sperimentare un completo disinteresse per il cibo — ma non nel senso che il cibo non mi dava più piacere, perché continuava a piacermi moltissimo. Il cibo semplicemente non entrava più nei miei pensieri.

Per spiegarlo meglio, voglio distinguere tra due concetti legati al piacere del cibo: il wanting, che significa desiderare, e il liking, che significa provare piacere.

Molto spesso le persone che mangiano troppo sono attanagliate dal wanting: pensano continuamente al cibo e di solito si tormentano perché sanno che sarebbe meglio non mangiare, o limitare certi alimenti. Ma la vera fregatura è che spesso, quando decidono di concedersi quel cibo, nemmeno se lo godono, perché si sentono in colpa. Trangugiano con il timore che possa scappare. C'è un wanting disperato, ma il liking è completamente assente.

Con Mounjaro succede esattamente il contrario. Il wanting non c'è più, è completamente scomparso, mentre il liking è sempre lì. Per la prima volta nella vita, nei primi mesi dall'assunzione del farmaco, riuscivo a mangiare qualcosa di buono, smettere quando ero sazia, e non pensarci più.

Anche durante il ritiro di Vipassana il wanting era scomparso, il liking era intatto. Mi ricordo ancora certi piatti di quel refettorio con un piacere preciso. Ma il pensiero ossessivo semplicemente non c'era.

Due strade completamente diverse — una che passa per migliaia di anni di tradizione meditativa, e l'altra per un'iniezione settimanale di un farmaco agonista del GLP-1 — due strade che arrivano allo stesso posto: il cervello.


Cosa vuol dire avere un rapporto sano con il cibo

Questo mi ha fatto pensare a lungo, perché se il risultato è lo stesso, la domanda diventa: cosa stiamo cercando esattamente? Cosa vuol dire avere un rapporto sano con il cibo?

In un rapporto sano ci dovrebbero essere entrambi il wanting e il liking, ma il primo non dovrebbe essere un pensiero ossessivo. Dovrebbe essere un pensiero che sorge quando lo stomaco inizia a brontolare, o quando arriva un certo profumino dai fornelli — uno stimolo diretto, non un rumore di fondo permanente.

Il problema della nostra società è che questo wanting non solo viene pompato continuamente per interessi commerciali — dalle pubblicità, dalle occasioni sociali, dai bar e dai ristoranti — ma viene anche esacerbato da molte teorie nutrizionistiche che propongono alternativamente di eliminare tutti i carboidrati, tutti i cibi industriali, il glutine, o qualsiasi altra cosa. Se mi dici che non devo assolutamente mangiare un certo cibo, inevitabilmente scatterà in me un desiderio spasmodico proprio di quel cibo proibito.

E quanto al liking, la nostra vita frenetica e distratta spesso ci impedisce di gustare fino in fondo quello che mangiamo. Pensateci: i panettoni arrivano nei supermercati da ottobre. Una volta si faceva il pranzo della domenica e i piatti più elaborati venivano pregustati per tutta la settimana. Oggi tutti i cibi sono disponibili tutti i giorni, li diamo per scontati, e non siamo più in grado di gustarli davvero. Anche cucinare è visto come un peso, un'incombenza da sbrigare in fretta. Abbiamo tutto per tutto il tempo, e non assaporiamo niente.


La mindful eating

Ricapitolando: abbiamo parlato di Vipassana, del silenzio mentale artificialmente indotto da Mounjaro, e adesso arriviamo a parlare della mindful eating.

La mindful eating è il tentativo di arrivare a quell'equilibrio tra wanting e liking senza bisogno di un ritiro di dieci giorni e senza il farmaco — con la consapevolezza deliberata, coltivata un pasto alla volta.

Questo argomento lo abbiamo introdotto nell'intervista a Lucia Refosco — spero che l'abbiate sentita, mi pare sia nella terza parte dell'episodio 6, la potete recuperare senza fretta. La mindful eating è uno strumento bellissimo per acquisire consapevolezza di cosa e quanto si mangia. L'idea di base è semplice: mangiare con la piena attenzione. Concentrarsi sull'esperienza — il colore, il profumo, la texture, il sapore — invece di mangiare in automatico davanti a uno schermo o in piedi sul lavandino della cucina. Ascoltare il corpo abbastanza da accorgersi quando si è sazi, invece di fermarsi solo quando il piatto è vuoto.

È semplice da descrivere, difficilissima da fare. Specialmente se da piccola ti menzionavano i bambini che morivano di fame ogni volta che non volevi finire qualcosa. Quant'è radicata in noi questa abitudine di non lasciare cibo nel piatto. Ma guardate che esistono i tupperware — gli avanzi si possono mettere via e mangiare il giorno dopo.

Se ad esempio siete persone che senza accorgersene si trovano in bocca un biscotto o un pezzo di cioccolato, o se avete l'abitudine di sgranocchiare qualcosa davanti alla TV, la mindful eating può aiutarvi a rendervi conto di quello che state facendo, e ad assaporare il cibo in un modo nuovo.

Il libro consigliato da Lucia Refosco vale la pena ricordarlo: si chiama Mindful Eating. Per riscoprire una sana e gioiosa relazione con il cibo di Jan Chozen Bays. Con un'avvertenza: questa pratica richiede tempo e pazienza, come tutte le forme di meditazione. Non è un metodo tutto e subito. È più simile alla goccia che scalfisce la pietra.


Come iniziare: la meditazione più semplice possibile

In generale, la meditazione — che sia la mindfulness, la Vipassana, la meditazione trascendentale o qualsiasi altro tipo — è una pratica davvero potente che può cambiare la vostra vita. E non occorre necessariamente un ritiro di dieci giorni per provare.

Basta sedersi per cinque minuti in un posto tranquillo, per terra oppure su una sedia — non sul divano, con la schiena dritta — e concentrare la propria attenzione sul respiro. Osservare l'inspirazione, osservare l'espirazione, senza fare assolutamente nulla.

Sembra facile. Il problema è che probabilmente prima che abbiate fatto tre respiri completi, arriverà un pensiero qualsiasi a distrarvi. E più cercherete di prestare attenzione al respiro, più salteranno fuori dal nulla i pensieri e i ricordi più disparati. Vi verrà una voglia tremenda di pensare a qualsiasi cosa — roba urgentissima, idee da segnarvi subito. Ma voi dovete resistere e non fare assolutamente nulla. Tutto questo è la nostra condizione normale. Dovete semplicemente ricordarvi che vi siete seduti per osservare il vostro respiro. E continuare a farlo. Fine.

Si tratta magari di iniziare con un minuto, due minuti al giorno, e aumentare solo quando vi sentite stabili in quella pratica.

La mindful eating non è molto diversa. Invece di concentrarvi sul respiro, avete l'obiettivo di concentrarvi sull'esperienza che state vivendo mentre mangiate — su tutte le sensazioni fisiche, da quando afferrate il primo pezzetto di cibo a quando lo deglutite, ascoltando tutti e cinque i sensi.

Avete letto il libro Messaggio per un'aquila che si crede un pollo? È un bellissimo libro di spiritualità. In quel libro Anthony De Mello, un gesuita diventato psicoterapeuta, racconta di come affrontava le tentazioni collegate al cibo: quando mangio un cioccolatino, sono lì. Presente. Lo assaporo in ogni istante, con tutti i sensi. Sono completamente concentrato sul mio cioccolatino. E quando ho finito di gustarlo in questo modo assoluto, sono appagato, felice, e non ho più bisogno di mangiarne un altro.

Ecco, la mindful eating funziona così. Se ancora litigate con il numero di cioccolatini che vorreste mangiare al giorno, questo potrebbe essere un bel modo di farci la pace.


Per oggi ci fermiamo qui, senza trarre conclusioni — c'è ancora molto da dire. Se ti è piaciuto quello che hai sentito, manda questo episodio a un tuo amico o a una tua amica, e seguimi per sostenere il videopodcast. Questo è A mente ferma, io sono Flavia Stella, e ti aspetto alla prossima puntata.