Perché ho scelto Mounjaro dopo mesi di meal prep (e non me ne vergogno) - Episodio 10

Dopo anni di libri, diete, terapie e sperimentazioni, la vera svolta nel mio rapporto con il cibo è arrivata da una direzione che non mi aspettavo: la cucina. Non la cucina come atto creativo. La cucina come logistica. Ho capito una cosa su di me: se mi preparo dei pasti sani, sì, ma soprattutto buoni, tutto cambia. Non buoni nel senso di una carbonara ogni sera. Buoni nel senso di appaganti, curati, che mi lasciano soddisfatta. Gli spaghetti con le cozze. Surgelate, non ridete, sono buonissimi. Le polpette con albume e feta — proteiche e leggere — con la ricetta strepitosa di Carlotta Lolli, alla quale sarò eternamente grata.

Quando mangio bene a colazione, a pranzo e a cena, non vado a cercare un dolce per compensare. Se ho qualcosa di pronto e buono nel frigo, non ordino la pizza solo perché non ho voglia di cucinare. La connessione è brutalmente semplice, eppure ci ho messo anni a vederla: i pasti deprimenti mi portano ai dolci. I pasti buoni mi portano alla serenità. Così mi sono iscritta a un corso di meal prep: il meal prep è l'abitudine di dedicare una certa quantità di tempo prefissata — di solito una o due volte alla settimana — a cucinare in anticipo tutto o quasi tutto quello che mangerai nei giorni successivi. Non una scorta di cibo generico, ma pasti pensati, porzionati e pronti: cucini in anticipo, così quando è ora apri il frigo, prendi, mangi. L'idea di fondo è semplice: le decisioni difficili le prendi quando hai tempo e lucidità, non quando hai già fame e solo dieci minuti per mettere in tavola qualcosa. Sono ancora lontana dall'obiettivo della massima resa con la minima spesa: tra pianificazione, spesa, preparazione e sporzionamento mi ci vuole ancora molto più tempo di quello che vorrei. Ma il fatto di trovarmi dei pasti buoni e pronti quando mi servono ha ridotto tantissimo la tentazione di pasteggiare a formaggio e patatine, o di ordinare la pizza — cosa che prima facevo almeno una volta alla settimana, se non due. La mia ricetta per mangiare bene — bene in tutti i sensi — prevede quindi di ridurre al minimo sia l'improvvisazione, sia i pasti deprimenti che certi nutrizionisti ti propinano quando ti danno la dieta. È una faticaccia. Ma ne vale la pena. E quindi, direte voi, perché hai iniziato a prendere Mounjaro per dimagrire, se avevi trovato la quadra? Ve lo racconto, dopo la sigla.

Benvenuti su A mente ferma, il podcast su corpo, peso e società. Io sono Flavia Stella, e in questa prima stagione, 'Volevo essere magra', vi racconto la mia rivoluzione liberatoria: tra farmaci per dimagrire, ossessione per la diet culture e un mondo che ci rende obesi ma ci vuole sempre più magri. Attenzione, io non sono un medico, per la tua salute, consulta un professionista. Questa è la mia storia. Cominciamo.

So che volete sapere perché ho cominciato ad assumere i farmaci, ma prima due comunicazioni di servizio. Sono molto contenta di annunciare che sono riuscita a trasformare A mente ferma in un videopodcast, superando la mia timidezza a comparire in video. Su Spotify pubblico il video, sulle altre piattaforme podcast solo l’audio, e poi dopo anni che desideravo farlo finalmente ho aperto un canale YouTube — dove oltre agli episodi completi trovate anche video più brevi su argomenti vari, magari qualcosa che ho letto e di cui voglio parlare in modo informale. Come vi avevo promesso, domani e dopodomani pubblicherò in versione solo audio l’intervista ad Anna Formici, la mia personal trainer, e non appena riuscirò a completare l’editing la pubblicherò anche su YouTube. Anna ci racconterà tutto quello che avreste sempre voluto sapere sulla ghisa, ma non avete mai osato chiedere. Non perdetevela, è davvero forte. In tutti i sensi. La settimana prossima, invece, tornerà il consueto appuntamento del martedì con un episodio sugli aspetti psicologici del rapporto con il cibo. Torniamo a noi. La quadra a quanto pare l'avevo trovata, meal prep, alimentazione sana, allenamenti sostenibili… sì, ma voglio essere onesta: era troppo lenta. Nei mesi prima di iniziare la terapia farmacologica avevo perso, tra un minimo di digiuno intermittente, mindful eating e preparazione metodica dei pasti, circa tre chili. In pratica saltavo una cena e una colazione alla settimana, mi preparavo tutti i pasti la domenica e ogni volta che mi concedevo un dolce lo facevo applicando la tecnica della mindful eating. Tre chili in quattro mesi circa, vacanze comprese, sono un buon risultato. Soprattutto per la serenità con cui li ho passati — finalmente in pace con me stessa e con il cibo. Però per perdere i miei venti chili di troppo, a quella velocità, mi ci sarebbero voluti due o tre anni. E qui, per chi mi segue dall'inizio, c'è un'eco che riconoscerete: volevo essere magra. L'avevo sempre voluto. Ma adesso volevo qualcosa di più complicato, e di ancora più difficile: volevo stare bene. E stare bene richiedeva tempi poco compatibili con il periodo che stavo attraversando. Infatti, sapevo dentro di me che, prima o poi, per l’ansia di essere finalmente in forma, si sarebbe riaffacciata la tentazione di intraprendere un'altra dieta — una vera, con le calorie contate, con i grammi pesati. E se l'avessi fatto, avrei mandato all'aria tutto. Perché quello che sconvolge sempre il mio equilibrio è dover controllare quello che mangio. Contare le calorie mi porta sempre, inevitabilmente, a perdere di vista il vero obiettivo: il benessere, lo stare bene con me stessa. È sempre il meccanismo perverso della dieta — del controllo e della privazione — a farmi perdere l'equilibrio. Se ci pensate è davvero innaturale: vivere in un mondo come questo, con l'abbondanza di cibo nei supermercati, la cucina italiana, le pubblicità di biscotti e merendine che ci bombarda dalla mattina alla sera, e non poter mangiare — è una forma di tortura che ci siamo autoinflitti perché ci siamo dimenticati di cosa significa dover lottare per sopravvivere. Io ho fatto moltissime diete, la maggior parte delle quali abbastanza equilibrate (riso integrale a parte). Mi sono sempre rivolta a professionisti competenti che mi hanno dato diete abbastanza flessibili, con un deficit calorico sostenibile. L’ultima che ho fatto me l’ha prescritta un bravo nutrizionista a settembre 2023, esperto di nutrizione per gli amanti della palestra. Quindi mi sentivo in ottime mani. Lui mi ha dato una dieta sostenibile, con un quantitativo sorprendentemente alti di carboidrati, e la possibilità di inserire qua e là i dolci che mi piacciono. Ecco, l’ho seguita per tre o quattro mesi, ma stavo sclerando. In particolare, perché avevo le quantità fisse di ogni alimento, 100 grammi di pasta, 100 grammi di tonno, 10 grammi di olio, 200 grammi di verdura ad esempio per il pranzo. Ecco, da questi quattro alimenti io non riuscivo a tirar fuori un piatto appagante, perché dieci grammi d’olio per condire la pasta, il secondo e la verdura secondo me sono assolutamente troppo pochi. Non veniva fuori una ricettina decente neanche per sbaglio, a meno di non accettare di mangiare o il secondo o la verdura completamente sconditi. Insomma, ho lasciato perdere, poi ho passato almeno quattro mesi a mangiare disordinatamente e senza nessuna regola, perché avevo bisogno di recuperare da quei mesi tristi di pasti privi di sapore e di appagamento. Proprio in quel periodo di stravizi alimentari, mi hanno diagnosticato una malattia autoimmune in fase iniziale — ne ho parlato nell'episodio sui mitocondri pubblicato il 24 marzo e nell'intervista ad Arcangelo Grippa, se li avete persi recuperateli, così scoprirete tutti i dettagli. Qui basti dire che l’artrite psoriasica è fortemente influenzata dal peso, perché ha una forte componente di infiammazione cronica silente. E l'adipe in eccesso, in particolare quello viscerale che si accumula attorno agli organi, produce citochine pro-infiammatorie. Il reumatologo mi ha consigliato di perdere peso, e di farlo abbastanza in fretta, perché questo avrebbe dato sollievo alle articolazioni, anche solo da un punto di vista meccanico. Così ho deciso di buttare il cuore oltre l'ostacolo, questa volta motivata più che da una ragione estetica, soprattutto dalla necessità di prendermi cura della mia salute, e dopo i primi tre – quattro chili persi da sola con il sistema che vi illustrato prima, mi sono fatta prescrivere Mounjaro. Ed ecco quello che è successo: ho delegato al farmaco il compito di decidere quanto mangiare. Così non devo controllare nulla e posso ascoltare i miei desideri — che nell’ottanta, novanta per cento delle volte coincidono con scelte di cibi nutrienti e salutari. Continuo a pianificare i pasti e a cucinare al meglio delle mie possibilità. Durante i primi mesi avevo anzi il problema opposto: mangiavo troppo poco, e dovevo impegnarmi a rispettare la quantità minima quotidiana di proteine. Per questo ricorrevo spesso e tuttora ricorro alle proteine in polvere, che funzionano alla grande. È paradossale, ma il farmaco mi obbliga ad ascoltarmi. A volte ho voglia di un dolce a fine pasto, ma mi sento la pancia davvero troppo piena, e rinuncio senza rimpianti. Mi dico: sarà per la prossima volta. E va bene così. Ma c'è una cosa che ho capito ancora meglio, mentre costruivo questo sistema — meal prep, mindful eating, palestra. E cioè che funziona. Quel sistema funziona. E tuttavia mi chiedo quante persone avrebbero le stesse possibilità di costruirlo. Perché il sistema che ho messo in piedi richiede tempo, pianificazione, l’impegno della cucina, il fine settimana libero dalla cura della casa, e la condizione di non avere figli piccoli o genitori malati. È un sistema personale privilegiato e costruito dentro un sistema sociale che lavora contro. E di questo vale la pena parlare. Per anni ho pensato che il mio problema fosse la mancanza di forza di volontà. Che se solo fossi stata più disciplinata, più costante, più brava, ce l'avrei fatta. Ragazzi, questa cosa della forza di volontà è assurda. Io mi sono presa la seconda laurea lavorando, a 48 anni. E poi subito dopo, sempre lavorando, ho preso un master di primo livello. Io di forza di volontà ne ho a vendere, e come me ce l’hanno sicuramente tutte le persone che durante la propria vita sono passate nell'inferno delle diete ripetute. Adesso so per certo che il problema non è mai stato la volontà. È il nostro ambiente obesogeno. Un sistema sociale fatto di pressione estetica, diseducazione alimentare, ambiente lavorativo, vita sedentaria che lavorava contro di me invece di lavorare con me. Io ho dei forti dubbi su quanto sia veramente possibile per una persona che lavora otto ore al giorno, seduta, avere una vita davvero attiva. Perché per me avere una vita attiva non significa fare tre ore di palestra alla settimana, ma muoversi spesso, nell'arco di tutta la giornata. Bisognerebbe ripensare la nostra società nel complesso, e in primis diminuire il numero di ore che passiamo a lavorare seduti. Ad esempio, io faccio due giorni di smart working alla settimana e lavoro da casa, dove ho una scrivania che si alza e si abbassa, così posso lavorare anche in piedi. Però a volte mi capita che nelle giornate di smart working non metta il naso fuori di casa neanche una volta, specialmente se fa brutto. Invece nelle giornate in cui vado in ufficio magari cammino un po' di più, però poi resto seduta tutto il giorno alla scrivania, e anche se cerco di alzarmi il più spesso possibile non è che possa farlo chissà quanto. Insomma, la mia giornata è sedentaria anche se io vado in palestra, e raggiungo la fermata del pullman più lontana possibile da casa mia a piedi. Poi ci sono i carichi familiari da considerare. Io non ho figli e per fortuna mio padre sta abbastanza bene, ma mi chiedo come facciano a trovare il tempo e lo spazio di muoversi le persone che lavorano sedute, poi devono fare da autista ai figli nelle loro varie attività extra-scolastiche, poi devono preparare la cena, e magari infine si devono anche occupare di genitori anziani e malati. Quello che intendo dire è che ci muoviamo troppo poco perché l'impostazione della nostra società ha cercato di rimuovere tutte le occasioni di fare movimento, e perché ha concepito il lavoro — specialmente quello intellettuale — come qualcosa di statico, in cui si perde di vista completamente il modo in cui funziona il nostro corpo. A me le idee migliori vengono mentre mi muovo. Mentre faccio una passeggiata scopro le soluzioni a problemi lavorativi che mi angustiano da settimane. Per non parlare della memoria: avete mai provato a studiare un testo? Se provate a farlo associando dei movimenti a quello che dovete memorizzare, ci riuscirete nella metà del tempo e con la metà della fatica. La nostra società dovrebbe essere ribaltata come un calzino. Le città dovrebbero essere riprogettate intorno a una viabilità più umana, lo spazio verde dovrebbe circondarci capillarmente e non consistere solo in qualche aiuola asfittica buttata qua e là. E soprattutto, non soltanto il lavoro intellettuale dovrebbe essere ripensato, ma bisognerebbe riconoscere che l'essere umano è progettato per muoversi, non per stare seduto dieci o dodici ore al giorno. Nella discussione sui salari, con la trasformazione delle mansioni che inevitabilmente arriverà grazie all'intelligenza artificiale, dovremmo cogliere l'opportunità di riprogettare il mondo produttivo intorno all'uomo, alle peculiarità umane. Perché una persona attiva, sana, a suo agio nel proprio corpo, produce infinitamente di più di una persona curva, acciaccata e in sovrappeso, che non riesce a staccare il culo dalla sedia. Ma voglio inserire una nota di ottimismo, perché qualcosa si può fare, non tutto è perduto. Se volete approfondire le soluzioni concrete che esistono già oggi per lavorare in modo più attivo — scrivanie regolabili, treadmill desk, sedute ergonomiche dinamiche — ho fatto un video dedicato sul canale YouTube, e lo pubblicherà presto. Ma qui voglio fermarmi sul punto più importante: non è una questione di gadget. È una questione di come abbiamo organizzato il lavoro, e di quanto siamo disposti a rimettere in discussione quella organizzazione. Dal mio punto di vista, le ore che passiamo al giorno seduti, non dovrebbero superare le sei ore al massimo, traporti e relax compresi. Allora sì che potremmo dire di avere una vita attiva, e non avremmo così bisogno disperatamente bisogno di farmaci, tutti i farmaci. I farmaci, comunque, non sono la risposta per tutti. Non vi sto consigliando di assumerli: quello può farlo solo un medico che conosca la vostra situazione personale. Sto dicendo che per me, in questo momento della mia vita, dopo 30 anni di ricerca, alle mie attuali condizioni, sono la scelta giusta. E che non me ne vergogno, anzi, ne sono fiera, perché come ogni cambiamento, richiede coraggio. Se c'è una cosa che questo podcast mi ha insegnato — o meglio, che ho imparato riflettendo e raccontando quello che ho vissuto — è che non esiste un percorso unico. Non esiste la dieta giusta, la terapia giusta, il farmaco giusto, l'approccio giusto. Esiste il tuo percorso. Che forse assomiglia al mio in qualche punto, e diverge completamente in altri. E va bene così.

Per oggi ci fermiamo qui. Se ti è piaciuto quello che hai sentito, manda l'episodio a qualcuno — magari a qualcuno con cui hai discusso di diete o di farmaci. Lasciami un commento, mi fanno molto piacere e rispondo sempre. E se non lo hai ancora fatto, iscriviti al canale YouTube, si chiama A mente ferma, come il podcast. Questo è A mente ferma, io sono Flavia Stella, e vi aspetto alla prossima puntata.