Psicoterapia per dimagrire: 400 sedute, €40.000 spesi e poi Mounjaro

Vi faccio una domanda. Qual è la causa principale dell'obesità? Sì, certo, dal punto di vista meramente fisico e l'eccesso calorico negli anni, ma andiamo più a fondo. Pensate sia un problema genetico, ambientale, psicologico? Tutti e tre insieme? Quanti di voi pensano che per riuscire ad immagrire dovrebbero andare da uno psicologo? Io. Io l'ho sempre pensato. Dopo essere stata operata per l'endometriosi, ho ricominciato a mangiare normalmente, cioè, come vi dicevo, male. E da quel momento in poi non ho fatto altro che leggere, o meglio, divorare, libri sull'alimentazione, sulle diete, sul rapporto tra cibo ed emozioni.

Come dimagrire, come migliorare la composizione corporea, come accelerare il metabolismo, sconfiggere la cellulite, curare l'intestino. Il desiderio di dimagrire si è mescolato a quello di stare bene, di non ammalarmi più. E ho cominciato a sperimentare stili diversi di yoga, meditazione, training autogeno, discipline sportive, perfino la danza del ventre.

Sempre con l'obiettivo, più o meno esplicito, di diventare finalmente magra, ma da quel momento anche sana. E in questo lungo percorso ha giocato un ruolo molto importante la psicoterapia. Sorrido tutte le volte che leggo di persone che scrivono sui social che gli obesi abbiano un problema fondamentalmente psicologico.

Mi sembra un po' come dire, eh, se quello è grasso deve avere qualche problema nascosto nell'intimo, dando per scontato che a. le persone magre siano tutte equilibrate e centrate e b. le persone grasse dimagrirebbero se solo si decidessero ad andare da uno psicologo. Ecco, dalla psicologo io ci sono andata e per tanti, tanti anni. Se devo essere sincera, quando penso a quanti soldi ho speso in psicoterapia, mi viene un mezzo infarto.

Una media di 80-90 euro a seduta per almeno diciamo 4-500 settimane? Non sto scherzando, ma le somme, tutto considerato, le tiriamo dopo la sigla. Vi siete mai chiesti perché il mondo ci vuole magri mentre ci riempie di tentazioni? Benvenuti su A Mente Ferma, il video podcast su corpo, peso e società. Io sono Flavia Stella e in la prima stagione, Volevo Essere Magra, vi racconto la mia rivoluzione liberatoria tra farmaci per dimagrire, ossessione per la diet culture e un mondo che ci rende obesi ma ci vuole sempre più magri.

Attenzione, io non sono un medico, per la tua salute consulta un professionista. Questa è la mia storia. Cominciamo.

La prima volta che sono andata da uno psicologo avevo 19 o forse 20 anni e mi sono rivolta all'asl del mio comune perché non avevo soldi. Senza nessuna prescrizione medica avevo diritto a 5 sedute gratuite con un medico psichiatra perché se non ricordo male lo psicologo all'asl non c'era. Così mi sono fatta le mie 5 sedute con questo psichiatra, un signore gentilissimo che mi aveva preso subito in simpatia.

Avevo portato il mio problema, ero insoddisfatta del mio corpo, mangiavo in modo normale ma più di quanto avrei voluto, non riuscivo assolutamente a seguire una dieta e non riuscivo a capire perché. Il dottore non mi aveva diagnosticato nessun disturbo particolare ma mi aveva proposto una soluzione. Invece di mangiare a caso quello che capitava, avrei potuto selezionare solo cibi molto buoni e anche costosi, ad esempio cibi di pasticceria al posto delle merendine scadenti e in questo modo avrei potuto limitare automaticamente l'introito complessivo di cibo, soprattutto di dolci.

Mi ricordo di aver pensato che quella soluzione era parecchio bizzarra ma col senno di poi non mi sembra più così fuori dal mondo. Il fatto che a 20 anni andassi da uno psicologo aveva messo in allarme i miei, in particolare mia sorella che mi aveva detto «fai quello che vuoi, io ti appoggio sempre ma per favore non entrare in una setta». In quale modo lo psicologo del LASL potesse portarmi ad entrare in una setta lo ignoro ma questo ricordo mi fa sempre molta tenerezza e rispecchia il modo in cui veniva vista la psicoterapia negli anni 90.

Finite le 5 sedute, non ho ovviamente risolto nulla ma a un certo punto ho sentito parlare di Fabiola de Klerk, l'autrice del libro «Tutto il pane del mondo» che ha fondato l'ABA, una delle prime associazioni nate in Italia per combattere i disturbi del comportamento alimentare, i cosiddetti DCA. Quel libro mi ha colpito moltissimo e mi ha fatto decidere di rivolgermi al suo centro, questo ABA a Torino, per capire meglio il mio problematico rapporto con il cibo, ammesso che di problema con il cibo si trattasse. Non potevo ancora permettermi una psicoterapia individuale ma all'ABA facevano la terapia di gruppo, molto più abbordabile e quindi io comincio a frequentare un gruppo di ragazze e di donne provenienti da situazioni molto diverse tra loro, condotto nuovamente da uno psichiatra, ma questa volta specializzato nei disturbi del comportamento alimentare.

La ricordo come una gran bella esperienza, era sempre di grande conforto parlare con altre persone sensibili come me sul tema corpo e cibo, ma a volte sinceramente mi sentivo un po' un pesce fuor d'acqua perché loro, a differenza di me, erano tutte, ma proprio tutte, magrissime. Io ero quella più in carne e a quel peso io oggi sarei considerata assolutamente normopeso, finché un giorno non è arrivata un'altra ragazza, un po' più grande di me e decisamente in sovrappeso, forse era anche già obesa, e ci ha raccontato nel dettaglio di quanto si scontrasse quotidianamente con i suoi familiari che volevano a tutti i costi tenere in frigo delle biblite gasate nonostante lei stesse facendo di tutto per perdere peso. Purtroppo ho dovuto interrompere la frequentazione di quel gruppo, sempre per motivi economici, ma quelle persone le porto tutte nel mio cuore.

Ricordo ad esempio Sofia, nome ovviamente inventato, perché era magra in modo impressionante e in ogni incontro riusciva a dire sì e no tre parole. Se le si faceva qualche domanda rispondeva quasi sempre non lo so e si vedeva che era assolutamente sincera. Mi sono chiesta spesso se sia mai riuscita ad esprimere in qualche modo il suo dolore.

E poi ricordo Isabella, intelligentissima e brillante, anche lei anoressica credo, che ho rincontrato anni dopo, in perfetta forma e con un mucchio di ragazzi attorno. Mi ha raccontato in quell'incontro casuale di aver proseguito la psicoterapia da sola e di averne tratto grande giovamento. Si vedeva e sono stata molto felice per lei.

Invece non ho mai più saputo nulla delle altre e mi spiace tantissimo. La terapia di gruppo crea delle connessioni profonde e sicuramente è un percorso che consiglierei. Poi anche io ho cominciato la psicoterapia classica, dopo aver trovato un lavoro ed essere andata via di casa.

A dire la verità, a spingermi in quell'avventura non era più il mio rapporto con il cibo, ma il mio rapporto con gli uomini. L'ho fatta per quattro anni con una psicoterapeuta yungiana, sempre del lava perché ormai conoscevo loro e mi piacevano. Una cosa mi ricordo di quel percorso, io insistevo di voler perdere almeno dieci chili e la psicologa voleva convincermi che mi sarebbe bastato perderne cinque.

Comunque, quando ho finito la psicoterapia, ho trovato il compagno della mia vita, quindi direi che ha funzionato, almeno dal lato sentimentale, per quanto riguarda corpo e peso, invece no. Tanto che l'anno scorso, prima di cominciare ad assumere Mungiaro, sono tornata da lei perché volevo essere rassicurata sul fatto di non soffrire di un disturbo del comportamento alimentare. Hai visto mai? Prima di cominciare un farmaco che ti toglie completamente l'appetito? Cioè, volevo essere tranquilla che mi dicesse non c'è problema, puoi fare questa terapia, vai serena.

Lei mi ha detto in modo un po' aggressivo. Il problema è che hai cinquant'anni e ancora non ti accetti per come sei. Non mi è piaciuto quell'approccio.

Ho levato le tende e ho continuato per la mia strada. Ma il percorso psicoterapeutico più lungo l'ho fatto con un'altra dottoressa, chiamiamola Gianna, e neanche con lei il focus è stato sul mio rapporto con il cibo, anche se io avrei voluto parlare molto di più di questo argomento. Gianna mi ha sempre detto che io vivevo il mio rapporto con il cibo come molto problematico, ma che invece era assolutamente normale.

Tutto nasceva da un metabolismo più lento di quanto la mia passione per i dolci potesse permettersi, cosa comune a tantissime persone. E mi diceva che risolvendo i miei principali conflitti interiori, il rapporto con il cibo avrebbe attratto meno la mia attenzione, gli avrei dato meno importanza, perché sarei stata più serena in generale. Come effetto collaterale positivo, per così dire.

Ora, io non so se la mia comprensione di quel messaggio sia corretta, ma credo che mi stesse dicendo che non avevo un disturbo del comportamento alimentare. E per quanto abbia tratto grandissimo giovamento da quel lavoro, è stato bello, profondo e sono cresciuta molto come persona, e tra l'altro in certi periodi in cui ho affrontato delle prove dure è stato indispensabile, non so come avrei fatto senza. Comunque il mio rapporto con il cibo non è cambiato di una virgola, nemmeno una, e questo mi ha portato ad una domanda scomoda.

Forse il problema non è di natura psicologica? Devo essere onesta, l'idea da una parte mi sollevava e mi spaventava allo stesso tempo. Mi sollevava perché significava che non c'era niente di nascosto e di misterioso a cui ricondurre tutto, ma mi spaventava perché se non era un problema psicologico, cos'era? E soprattutto, come diamine si risolveva? Nel tempo ho capito qualcosa che mi sembra importante e che forse non si dice abbastanza. Smettere di mangiare troppo e male non è come smettere di fumare.

Con il fumo hai due solle possibilità, fumare o non fumare. E anche una sola sigaretta fa male. Puoi tracciare una linea netta e sapere senza dubbio qual è la parte giusta da acquistare.

Con il cibo non esiste una linea netta, ci sono infinite combinazioni alimentari che possono andare bene, che possono farti stare meglio o peggio, e si pongono a varie distanze tra mangiare malissimo e mangiare in modo perfetto. E soprattutto, mangiare devi, sempre, tutti i giorni, non puoi smettere. Per quanto tu sia determinato, equilibrato, consapevole, ti capiterà sempre la situazione in cui devi scegliere tra mangiare male o non mangiare affatto.

E scegliere di non mangiare in quei momenti è abbastanza innaturale e per farlo ci vuole una certa determinazione, la famosa forza di volontà. Oppure ci vuole qualcosa di diverso dalla forza di volontà. Un tale amore per te stesso, una tale serenità nei confronti del cibo, da preferire il brontolio dello stomaco al piacere effimero e peccaminoso di un cibo non ottimale per te in quel momento.

Ci vorrebbe, insomma, aver già risolto il problema. Ma se lo avessi risolto, non saresti lì a fare quella scelta. E si ricomincia.

Un percorso terapeutico che trovo interessante è quello proposto dal dottor Emiliano Berardi, psicologo. Il suo sito si chiama mentealimentare.it e offre parecchi spunti di riflessione. L'anno scorso, sempre prima di prendere Mungiaro, ho fatto qualche seduta con lui che, secondo me, è davvero sul pezzo e che mi piacerebbe molto intervistare.

Non ho proseguito in quel percorso perché dentro di me avevo già deciso di prendere i farmaci. Sotto sotto, non mi era chiarissimo ma e non sentivo più tanto il bisogno di rovistare ancora tra i meandri del mio inconscio. Quanto di qualcuno che mi desse delle regole pratiche da seguire.

Però adesso vi devo dire che ho visto un suo video in cui descrive un DCA che si chiama nibbling, poco conosciuto. E cioè il mangiucchiare continuamente tra un pasto e l'altro. Spiluccare.

Piccoli pasti, non grandi abbuffate. Questo video mi ha molto incuriosito, ha fatto risuonare qualcosa in me e mi sono proposto di approfondire. Inutile dirvi che ho già una puntata in cantiere sull'argomento e che forse potrebbe sovrapporsi a quello che in molti chiamano fame nervosa.

Un percorso terapeutico che infine mi ha dato le regole che stavo cercando da seguire per modificare il mio comportamento con il cibo, l'ho trovato con la dottoressa Simona Milanese, un medico che lavora con la metodologia di Giorgio Nardone. Si tratta della terapia breve e strategica. L'ho cercata sia per la promessa di brevità, sia soprattutto per il focus sul singolo problema.

In questo tipo di percorso non si indagano le cause profonde di una certa condizione, si cercano delle strategie per superarla. Pragmatica, quasi ingegneristica. Non vi spiego come funziona nel caso del rapporto con il cibo, perché non voglio spoilerarvelo se mai decideste di intraprendere questa strada.

Vi dico solo che nel mio caso mi è servita moltissimo per capire finalmente, anzi per dire a me stessa perché lo sapevo già, che la natura del mio problema era biologica. Biologica, non psicologica, non caratteriale, biologica. E questo mi ha portata dritta dritta alla decisione di assumere i farmaci, ma lo sapete già.

Quello che voglio dirvi oggi è che quell'insight, quell'intuizione, capire che il mio corpo funzionava in un certo modo, indipendentemente dalla mia volontà, è stato un sollievo enorme. Dopo tanti anni di ricerca, di diete, di sensi di colpa, trovare una spiegazione biologica è stato come togliermi un peso che non sapevo di portare. La risposta alla fine era quasi banale.

Sono ingrassata negli anni perché ho fatto troppo poco movimento, specialmente mentre studiavo matematica, perché ho fatto troppe diete che mi hanno scassato il metabolismo, anche se detto così è riduttivo, ma cercate di seguirmi, e perché mi piace tanto mangiare. Lo so, la terza vi sembra ovvia. Per me non lo è mai stata, per niente.

Io non sono un medico e non sto certo dicendo che la psicoterapia classica non funziona se il tuo obiettivo è dimagrire, se il tuo obiettivo è risolvere il problema col cibo. Funziona e mi ha cambiata profondamente. Io la consiglierei proprio a tutti, per svariati motivi.

Sto dicendo che forse non è lo strumento giusto per tutti i problemi. A volte il problema non è nella testa, a volte è nel corpo, a volte è in entrambi, ma in proporzioni diverse da quelle che immaginiamo. Ci vuole onestà anche per accettarlo, e ci vuole curiosità per continuare a cercare lo strumento giusto anche quando quello che stai usando non funziona.

Per oggi ci fermiamo qui, senza trarre conclusioni. C'è ancora molto da dire. Se ti è piaciuto questo episodio, mandalo ad un tuo amico o una tua amica e seguimi, così l'algoritmo ti mostrerà i miei prossimi video.

Questo è A Mente Ferma, io sono Flavia Stella e ti aspetto alla prossima puntata.