Perché le donne sono meno intelligenti degli uomini?

L'episodio parte da un ricordo personale — la frase di mio padre, "sei una donna, cosa vuoi saperne" — per risalire alle origini di un'idea antica: che le donne siano intellettualmente inferiori. Il viaggio attraversa sei tappe, da Aristotele (che nel IV secolo a.C. descrive la donna come un "maschio mancato") a Rousseau nel Settecento, fino al medico Möbius che nel 1900 veste la stessa idea da scienza. Ogni tappa mostra anche chi ha provato a contestarla — da Platone a Wollstonecraft, madre di Mary Shelley, fino alle ondate del femminismo. Si chiude sul presente: i dati su una parte della Gen Z tornata a idee simili, e la domanda più difficile di tutte — quanto quel pregiudizio sopravviva anche nel modo in cui le donne giudicano altre donne.

Apertura

Io penso che le donne siano stupide, superficiali, frivole, interessate a cose banali come le unghie, i vestiti, e inoltre non si interessano di politica, di filosofia e di scienza. Leggono i romanzi rosa, amano il vino dolce, credono nell'oroscopo.

E quest'idea me l'ha inculcata mio padre quando ero piccola. Sentò ancora la sua voce che mi dice, cosa vuoi saperne tu, sei una donna? E allora io ho pensato, se io non capisco niente e sono una donna, allora tutte le donne non capiscono niente. Ci ho messo quasi tutta la mia vita per capire che quella sentenza è sbagliata.

Ma non solo, ci ho messo quasi tutta la vita ad accorgermi che guardavo me stessa con questo filtro, e anche tutte le altre donne. E ancora adesso che sono qui a decidere a chi devo rivolgere i miei video, faccio molta fatica a pensare di parlare solo alle donne. Perché sono gli uomini quelli che capiscono.

Sono gli uomini quelli che contano. Quelli con cui vale la pena parlare. A cosa mi serve parlare alle donne? Cosa ne capiscono le donne?

Tempo fa sono andata a cena a festeggiare il compleanno di un amico. La tavolata, guarda caso, era divisa in due. Da un lato tutti i mariti, dall'altro tutte le mogli, con i figli piccoli. Ed io esattamente nel mezzo, a voler sentire i discorsi dei maschi, ma costretta a stare dal lato delle femmine.

Sarà perché io non ho figli, ma nella mia testa c'era l'idea che i discorsi delle donne non sarebbero stati interessanti. Poi, i discorsi degli uomini di quella sera non è che siano stati chissà quanto interessanti. Niente geopolitica, niente filosofia, niente scienza. Solo lavoro, calcio, qualche battuta poco divertente. In questo video cercherò di rispondere a una domanda. Da dove viene l'idea che le donne siano stupide? Da mio padre, certo.

Ma lui a sua volta quell'idea l'ha sentita da mio nonno. E mio nonno dal mio bisnonno prima di lui. È sempre stato così? Oppure c'è stato nella storia un periodo in cui le donne sono state considerate pari agli uomini? E cosa pensano gli uomini di oggi? La pensano ancora come mio padre? Cos'è cambiato e quando è cambiato? E perché i ragazzi della Gen Z sono tornati ad una mentalità retrograda che non riconosce la parità tra i sessi? E infine la domanda che mi interessa più di tutte.

Come giudicano le donne oggi le altre donne? Per rispondere devo tornare indietro, molto indietro. Prima di mio nonno, prima del nonno di mio nonno. Devo cercare il punto esatto in cui qualcuno, per primo, ha messo per scritto che le donne valgono meno.

Perché quella frase non è nata per caso ad una cena tra amici. È stata scritta, studiata nelle università. Ci sono anche parti del mondo in cui ancora oggi si insegna.

Ed è stata insegnata per secoli come se fosse un fatto, non un'opinione. Vi porto con me, sono sei tappe. Alla fine torneremo a quella cena e a quella domanda che mi interessa più di tutte.

Come giudicano le donne oggi le altre donne? Prima però rispondo ad un'altra domanda che mi sono fatta. È sempre stato così? È sempre esistita dappertutto questa idea? O c'è stato un momento, un luogo in cui le cose sono andate diversamente? La risposta è dipende da dove guardi. Nell'Antico Egitto, per esempio, le donne potevano possedere terra, gestirla, stipulare contratti senza bisogno del permesso di un uomo.

Pazzesco, eh? Potevano chiedere il divorzio di propria iniziativa e in caso di separazione mantenevano il sostentamento e i figli. Esistevano regine che governavano da sole. Non so se si pronunci così.

Che si fece incoronare faraone a tutti gli effetti, non semplice reggente. Nefertiti, che ebbe responsabilità di governo diretta. Cleopatra, secoli dopo, che chiuse quella tradizione.

Quello status comincia a declinare solo con l'arrivo dei Romani, quando prevale una cultura più rigidamente patriarcale. E anche restando in Europa, diciamo, in Grecia, non tutto era Atene. A Sparta, città rivale, le donne ricevevano lo stesso addestramento fisico dei maschi fin da bambine.

Potevano ereditare e spesso ereditavano più degli uomini perché i mariti morivano in guerra. Gestivano le proprietà di famiglia, mentre gli uomini erano accampati a combattere, partecipavano ai banchetti, si muovevano liberamente per la città e in certi casi potevano anche chiedere il divorzio. Non avevano diritti politici, questo no, ma la loro vita quotidiana assomigliava molto meno ad una prigione domestica di quanto gli assomigliasse quello delle donne atenisi.

Capitolo 1 — Aristotele

Il caso di Aristotele è ancora più interessante. Lui non scriveva da Sparta, scriveva da Atene, la culla della democrazia, quella che noi oggi celebriamo come l'origine del pensiero occidentale libero. E proprio ad Atene le donne vivevano di fatto in modo molto più limitato che altrove nel mondo greco.

Niente cittadinanza, niente diritti politici, vita quasi interamente segregata dentro le mura di casa, matrimoni decisi da altri in età adolescenziale. Aristotele non ha immeditato quella condizione, l'ha descritta, la osservava intorno a sé e poi le ha dato una spiegazione filosofica per renderla quasi naturale, per giustificarla e quindi renderla non discutibile. E proprio perché quella spiegazione arriva da Atene, dal centro culturale che poi diventerà il riferimento per tutta la cività occidentale, che quell'idea si diffonde più di ogni idea alternativa.

In particolare non vince l'idea più corretta, vince l'idea che parte dal posto con più autorità, Atene. Dunque Aristotele non è un pensatore qualsiasi, è l'uomo che per duemila anni è rimasto il punto di riferimento di quasi tutto il nostro pensiero, della logica, della politica, persino della teologia cristiana e islamica del Medioevo. Quello che scrive Aristotele non resta circoscritto ad Atene, viene tradotto in arabo, poi in latino, insegnato in ogni università europea fino al secento inoltrato.

Chiunque per duemila anni studi in Europa, studia Aristotele. E cosa scrive Aristotele delle donne? Nel Trattato sulla generazione degli animali spiega la riproduzione così. Il maschio fornisce la forma, il principio attivo, il calore vitale che dà vita e struttura a un nuovo essere.

La femmina fornisce solo la materia, passiva, in forme, che aspetta di essere plasmata. E quando quel processo non arriva fino in fondo, per qualche motivo, quando manca il calore necessario per completare la formazione di un maschio, il risultato è una femmina, quindi un essere humano di serie B. Aristotele usa una parola precisa per descriverla. Peperomenon, mutilata, deforme, difettosa.

La femmina, scrive, è come un maschio a cui è mancato qualcosa lungo la strada. Non è un insulto buttato lì in un momento di rabbia, lui pensava che le cose stessero così. Io ci sono rimasta malissimo quando l'ho scoperto, perché al liceo di sicuro questo aspetto del suo pensiero non me l'hanno mica riportato.

Credo che in classe ci sarebbe stata un'insurrezione se l'avessero fatto. Comunque. E Aristotele nella politica va oltre, spiega che la natura ha fatto alcuni esseri per comandare e altri per essere comandati e che questo si vede da come sono strutturate le famiglie, le città, il mondo intero.

Lo schiavo, scrive, non ha nessuna facoltà di deliberare. La donna quella facoltà ce l'ha, ma ce l'ha senza autorità. Sa pensare, ma quel pensiero non conta, non decide, non governa.

Il suo posto naturale è un ruolo di sottomissione all'uomo. Da qui parte tutto quello che segue in questo video. La cosa curiosa è che Platone, il maestro di Aristotele, nella Repubblica scrive qualcosa di sorprendentemente diverso e davvero moderno.

Sostiene che nella città ideale che sta immaginando anche le donne possono diventare guardiane, cioè far parte della classe che governa e difende la città e che debbano ricevere la stessa educazione fisica e intellettuale degli uomini, quindi la stessa ginnastica, la stessa musica, lo stesso studio della filosofia. Le differenze individuali, e questo è importantissimo, contano più delle differenze tra i sessi. Ci sono donne più adatte al comando di molti uomini.

È una posizione radicale per il IV secolo prima di Cristo, tanto che alcuni suoi contemporanei la trovano ridicola. Platone stesso, altrove nella sua opera, non è del tutto coerente con questa apertura, ma resta il fatto che il suo allievo più importante, Aristotele, di fronte a questa possibilità sceglie la strada opposta. E la sua strada è quella che predomina nei 2000 anni successivi.

Insomma, ci ha detto veramente male. Se avesse prevalso l'idea di Platone, le cose sarebbero andate molto diversamente. Alcuni studiosi oggi provano a rileggere Aristotele in modo meno netto.

Fanno notare che quella parola peperomenon, non so se si pronunci così greco-antico, lui la usava anche per altri fenomeni naturali che non erano difetti in senso morale, solo variazioni rispetto a un certo tipo. Può darsi che nella sua testa fosse più sfumato di come è arrivato fino a noi. Ma quello che è arrivato fino a noi, quello che è stato copiato, tradotto, citato, insegnato per 2000 anni, è la versione più semplice e netta.

La donna come corpo mancato, come essere umano di serie B. E quella versione ha fatto scuola. Letteralmente, nelle scuole. Ahimè.

Capitolo 2 — Il salto ai Lumi

Facciamo un salto. Arriviamo al Settecento, il secolo dei Lumi. Il secolo in cui l'Europa comincia a usare parole nuove.

Diritti naturali, uguaglianza, ragione universale. Il secolo in cui si comincia a dire, per la prima volta con forza, che nessun essere umano nasce per natura inferiore ad un altro essere umano. Nessuno, tranne le donne.

Jean-Jacques Rousseau, uno dei padri del pensiero moderno, quello che scrive che l'uomo nasce libero e ovunque è in catene, nel 1762 pubblica l'Emilio. È uno dei primi trattati di pedagogia, se non il primo trattato europeo. Racconta come si dovrebbe educare un bambino immaginario, Emilio, per farne un adulto libero, razionale, capace di pensare con la propria testa, senza dipendere da nessuno.

Rousseau dedica centinaia di pagine a questo bambino. Poi, nell'ultimo libro, introduce Sophie, la ragazza che Emilio sposerà. E lì il tono cambia in modo netto.

L'educazione di Sophie non serve a renderla libera o razionale, serve a renderla gradevole. Serve a farla piacere a Emilio, a renderla utile a lui, a farla amare e onorare da lui. Tutta l'educazione delle donne, scrive Rousseau quasi testualmente, deve essere pensata in relazione agli uomini.

Piacere a loro, essere utile a loro, farsi amare e rispettare da loro. Questo per lui è il compito naturale di una donna. Lo stesso uomo che sta scrivendo che ogni essere umano nasce libero, tre capitoli più avanti, scrive che le donne nascono per servire.

E c'è un dettaglio sulla vita privata di Rousseau che vi voglio raccontare, perché veramente ha dell'incredibile. L'uomo che scrive il trattato di pedagogia più influente della storia occidentale, quello che spiega nel dettaglio come si educa un bambino passo passo passo, ha avuto cinque figli dalla sua compagna Thérèse Levasseur e li ha abbandonati tutti e cinque, uno dopo l'altro, appena nati all'ospizio dei trovategli di Parigi. Non ne ha cresciuto neanche uno.

L'uomo che insegna al mondo intero come si fa il genitore non lo è mai stato, per scelta. Questo ci dice una cosa molto interessante su come nascono certe idee. A volte non nascono dall'esperienza, nascono a tavolino e poi vengono imposte a chi quell'esperienza la vive davvero ogni giorno.

Non trovate che sia veramente ironico? Tipo, ad esempio, come quando un uomo dice ad una donna se deve o meno apportire, se deve o meno avere figli. Tipo qualcosa del genere, così, piccola polemica. Chiudiamola qui.

E Rousseau non era nemmeno l'unica voce che circolava a quel tempo. Nel 1790 un altro filosofo illuminista, Nicolas de Condorcet, pubblica un breve esagio dal titolo Sulla missione delle donne al diritto di cittadinanza in cui sostiene, controcorrente per quei tempi, che escludere le donne dai diritti politici è un'ingiustizia priva di qualunque fondamento razionale. Esattamente lo stesso tipo di ingiustizia commessa verso gli schiavi o verso chi non possiede terra.

Condorcet viene letto, viene anche rispettato, ma è Rousseau quello che diventa più letto, più citato, più incorporato nell'educazione europea dei decenni successivi. La filosofa Giulia Sissa ha scritto una frase su questo che io trovo definitiva. Quello che diceva Aristotele sulle donne si ritrova quasi immutato in Rousseau.

Duemila anni, un cambio intero di civiltà, il passaggio dal mito alla scienza moderna, dalla monarchia assoluta all'idea di repubblica, dalla schiavitù legale alle prime dichiarazioni di diritti universali, mentre invece l'idea sull'inferiorità delle donne rimane lì identica, immutata. Ma ecco, anche in questo caso ci ha detto male, perché invece di affermarsi l'idea di Platone si afferma quella di Aristotele, invece di affermarsi l'idea di Condorcet si afferma quella di Rousseau. Insomma, ragazzi, siamo state un po' sfortunate, tutto sommato, no? Ma, ma, nello stesso periodo qualcuno inizia a rispondere per scritto.

Capitolo 3 — La madre di Mary Shelley

Si chiama Mary Wollonstonecraft, nasce a Londra nel 1759. Ha un padre violento, che beve, che manda in rovina i risparmi della famiglia spostandola di continuo. Mary cresce guardando sua madre subire, incapace di difendersi.

A un certo punto se ne va di casa. Si mantiene da sola facendo l'istitutrice e poi apre una scuola con sua sorella e dopodiché, non contenta, inizia a scrivere, in un'epoca in cui quasi nessuna donna inglese poteva mantenersi solo con la propria penna. Nel 1792 pubblica un libro che si intitola RIVENDICAZIONE DEI DIRITTI DELLA DONNA e indovinate chi finisce nel mirino pagina dopo pagina? Proprio lui, Rousseau.

Wollstonecraft ammira Rousseau come pensatore politico. Gli riconosce di aver avuto delle intuizioni importanti sulla libertà umana, ma non gli perdona quello che scrive su Sophie. Dice in sostanza Date alle donne la stessa istruzione che date agli uomini e ragioneranno esattamente come fanno gli uomini.

Il problema non è la natura delle donne. Il problema è che l'opportunità di crescere e di sviluppare il proprio pensiero non le è mai stata offerta. Io non so bene come si pronunci questo nome, ma questa autrice mi piace proprio tanto e adesso vi dirò delle altre cose molto interessanti su di lei.

Wollstonecraft nel 1796 sposa il filosofo William Godwin dopo aver già vissuto delle relazioni tempestose e aver già avuto una figlia da un'unione precedente. Resta incinta di nuovo. Nel settembre del 1797 partorisce una bambina.

Dieci giorni dopo muore per una setticemia da parto, una delle cause di morte più comune per le donne di quell'epoca, prima che qualcuno capisse cosa fossero i batteri. Quella bambina si chiama Mary, diventerà Mary Shelley. A 18 anni scriverà Frankenstein, uno dei romanzi più importanti della letteratura occidentale.

Non farà mai in tempo a conoscere sua madre, ma da adolescente andrà spesso a sedersi sulla sua tomba nel cimitero di St. Pancras a Londra a leggere e rileggere i suoi libri, cercando di costruirsi un'idea di lei attraverso le pagine che aveva lasciato. Io continuo a pensarci a questa cosa. Una donna scrive il libro che dice a tutte le altre donne che non sono nate incapaci, e muore dando la vita la donna che scriverà una delle storie più importanti mai raccontate, in cui tra l'altro parla di una creatura, no? C'è in questa immagine qualcosa che mi dice più di quanto potrebbe dirmi un intero trattato di filosofia.

Dopo la morte di Wollstonecraft, suo marito, William Godwin, per onorarne la memoria, animato dalle migliori intenzioni, pubblica una biografia molto sincera in cui racconta anche le relazioni amorose da lei avute prima del matrimonio. Poi racconta di un tentato suicidio di una figlia avuta fuori dal matrimonio. Lo fa per amore, presumibilmente, per raccontare come lei era davvero, ma ottiene un effetto indesiderato.

Il mondo perbene dell'epoca non perdona quella libertà ad una donna. Horace Walpole, uno scrittore molto influente ai tempi, la definisce pubblicamente una iena in gonnella. Escono addirittura dei pamplè che la dipingono come una pazza, come una donna di facili costumi, come un pericolo morale per le altre donne.

Perfino alcuni dei suoi alleati prendono le distanze. La sua reputazione resterà compromessa per più di cent'anni. Ancora oggi, se ci pensate, non esiste un monumento importante dedicato a lei da nessuna parte.

E io, prima di girare questo video, non sapevo chi fosse. Quindi, non basta scrivere il libro giusto, la donna che lo scrive può comunque essere distrutta non per quello che ha detto, ma per come ha vissuto. È un altro modo, più sottile, per far tacere una voce.

Non contestare le sue idee nel merito, ma delegittimare la sua persona. Un po' come un certo vincitore di un certo premio strega che, trovando antipatica Michela Murgia, invece di contestarne le idee, il pensiero, la denigra in relazione al suo aspetto fisico. Insomma, cambiano le epoche, ma su come vengono trattate le donne c'è ancora parecchia strada da fare.

Per inciso, io non contesto che gli sia stato dato il premio, mi assolo molto dell'uso che un intellettuale di quella caratura si sia comportato così.

Capitolo 4 — Il contrattacco della scienza

Tornando alla nostra storia, ogni volta che le donne guadagnano terreno arriva puntualmente qualcuno pronto a spiegare con strumenti nuovi perché non dovrebbero. Fine ottocento.

Le prime donne entrano nelle università europee. Il movimento per il voto delle donne si organizza in Inghilterra, negli Stati Uniti, in tutta Europa. E cosa succede? La scienza, quella nuova, quella che si crede oggettiva e neutrale, interviene per rimettere le donne al proprio posto.

Nel 1900, in Germania, un neurologo che si chiama Paul Julius Mobius pubblica un trattato che si intitola, tradotto letteralmente, sull'imbecillità fisiologica della donna. La tesi è semplice. Le donne hanno una capacità intellettuale inferiore e non per colpa dell'educazione ricevuta, ma per natura, determinata dalla biologia, prodotta dall'evoluzione, che avrebbe reso le donne meno intelligenti perché quella minore intelligenza servirebbe, dice lui, a proteggere la specie e la sua capacità di riprodursi.

Vi ricorda qualcosa per caso? È un po' lo stesso argomento di Aristotele, identico nella struttura, solo che 2200 anni dopo non lo dice più un filosofo con un trattato di metafisica, lo dice un medico con la pretesa dei dati, con il linguaggio della scienza. E la scienza, nell'immaginario di fine Ottocento, non si discute. È un fatto oggettivo.

È lo stesso secolo, tra l'altro, in cui altri scienziati misurano crani per provare, con lo stesso metodo, presunte gerarchie tra razze e tra sessi. Non è un caso isolato, è quasi un genere letterario, quello della presunta scienza utilizzata per dimostrare un convincimento che esisteva a priori. Un convincimento molto, ma molto, utile per qualcuno.

Il momento in cui esce quel trattato, infatti, non è casuale. Proprio in quegli anni, in Germania, le donne si stanno organizzando per chiedere l'accesso alle università, che resta ancora quasi del tutto negato. Un'associazione federale di gruppi femminili, nata nel 1894, arriva in pochi anni a contare più di cento organizzazioni sparse in tutto il paese.

Le università tedesche apriranno formalmente alle donne solo nel 1909, nove anni dopo il libro di Möbius. Lui scrive mentre ancora la porta è subchiusa, e il trattato diventa uno degli argomenti più citati da chi vuole chiuderla. Il libro di Möbius scatena polemiche furiose già ai suoi tempi.

Una medica tedesca, e dico medica volontariamente, Johann Elber Schirken, qualcosa del genere, gli risponde nel 1903 che quella che lui chiama scienza ha ben poco a che fare con la vera scienza. Nel 1905 esce un pamplet satirico che rovesce esattamente il titolo, sull'imbecilità fisiologica dell'uomo. Nel 1913 un'altra autrice, Mathilde Ludendorff, ribatte punto per punto che le differenze osservate dipendono dall'educazione e dai condizionamenti sociali, non dalla biologia.

Ma il danno intanto è fatto. Per decenni quel trattato viene citato per giustificare perché le donne non debbano studiare medicina, giurisprudenza o filosofia. Non parliamo poi di fisica e matematica.

Il pattern, se ci fate caso, è sempre lo stesso. Cambiano gli strumenti. Prima la filosofia, poi la teologia medievale, poi la scienza ottocentesca.

Il contenuto, quello di fondo, non cambia quasi mai.

Capitolo 5 — Le tappe del femminismo

Facciamo un piccolo salto indietro, perché tra Aristotele e Rousseau qualcosa comunque si è mosso. Prima ancora dei Lumi, ci sono delle voci isolate che escono dal coro.

Christine de Pizan, nel Quattrocento, è probabilmente la prima donna a scrivere apertamente contro la misoginia dei suoi contemporanei, difendendo le donne dagli attacchi letterari del suo tempo. Un secolo prima di Wollstonecraft in Inghilterra, Marie Hastel smonta filosoficamente punto per punto l'idea che l'inferiorità femminile abbia una base di natura biologica-fisiologica. Poi arriva la Rivoluzione Francese.

E con lei un paradosso incredibile. Si proclamano i diritti dell'uomo e del cittadino nel 1789 e le donne restano completamente tagliate fuori da quella dichiarazione. Olympe de Gouges risponde nel 1791 con la dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina e in quel testo lascia una frase che ancora oggi viene citata ovunque, la donna ha il diritto di salire sul patibolo, dovrebbe anche avere il diritto di salire sulla tribuna. Olympe de Gouges viene ahimè ghigliottinata due anni dopo nel 1793. Nel 1804 arriva il codice napoleonico che cancella gran parte dei pochi diritti civili che le donne francesi avevano cercato di conquistare.

Nell'800 la battaglia si sposta sull'istruzione e sul lavoro. Il filosofo John Stuart Mill pubblica nel 1869 un saggio che si intitola La sottomissione delle donne, in cui sostiene che la subordinazione femminile non è naturale, è un'impostazione sociale che nessuno ha mai davvero messo alla prova in condizioni di parità. John Stuart Mill viene sempre citato come il primo filosofo uomo che finalmente sostiene la parità tra uomo e donna.

Grazie John Stuart Mill. Poi arriva quella che di solito viene chiamata la prima ondata del femminismo. Il tema centrale è il voto.

Nel 1848 a Seneca Falls negli Stati Uniti un gruppo di donne guidato da Elizabeth Cady Stanton pubblica una dichiarazione che riscrive quasi parola per parola la dichiarazione di indipendenza americana, aggiungendo ovunque la parola donna accanto alla parola uomo. La Nuova Zelanda concede il voto alle donne nel 1893, prima nazione al mondo a farlo. Gli Stati Uniti ci arriveranno nel 1920.

In Italia si voterà per la prima volta nel 1946. E poi c'è un libro cerniera pubblicato nel 1949 da una filosofa francese, Simone de Beauvoir intitolato Il secondo sesso. È un libro incredibile che ha richiesto un'enorme quantità di lavoro e di ricerca nei tempi in cui non esisteva internet, in cui de Beauvoir ha esplorato la donna e il ruolo della donna nella società sotto svariati punti di vista.

Io lo sto leggendo, è un trattato corposo e complesso, ma ad ogni pagina mi sento piena di gratitudine per il genio di Simone de Beauvoir e per l'incredibile lavoro che ha fatto. È lei a scrivere la frase forse più citata di tutta la storia del femminismo, donna non si nasce, lo si diventa. È la risposta filosofica più diretta e più netta possibile ad Aristotele, a Rousseau, a Mobius e a 2200 anni di trattati sulla natura femminile scritti da uomini.

Se la natura non c'entra, se tutto è costruzione sociale, allora tutto può essere ricostruito diversamente. Voglio raccontarvi un piccolo aneddoto su Simone de Beauvoir che mi ha fatto venire i brividi perché non me l'aspettavo, non lo sapevo, io non l'ho studiata a scuola. Lei ha partecipato insieme a Jean-Paul Sartre nel 1929 al concorso per l'aggregazione in filosofia, cioè il concorso nazionale francese per avere l'abilitazione di insegnare filosofia.

Per de Beauvoir era la prima volta che sosteneva quell'esame, mentre per Sartre era la seconda volta e non si conoscevano, si sono conosciuti in quell'occasione. Sartre aveva già provato una volta ma non era riuscito a passare l'esame. Totalizzarono lo stesso punteggio e quindi la commissione dovette decidere a chi assegnare il primo posto e indovinate un po'.

Lo assegnarono a Jean-Paul Sartre perché lui era più grande, perché lui aveva più esperienza e aggiungerei io perché lui era un uomo. Questo nonostante Simone de Beauvoir sia stata la persona più giovane in assoluto a superare quella prova al primo tentativo a soli 21 anni e nonostante alcuni membri della commissione avessero riconosciuto che de Beauvoir era la più intelligente fra i due e che il suo pensiero filosofico era più corposo di quello di Sartre a 21 anni. Però il primo posto lo diedero a lui e io a liceo ho studiato Sartre, mica de Beauvoir, e voi? E quindi adesso sono arrivata a 50 anni scopro che esiste Simone de Beauvoir, mi sto leggendo sto trattato che vi assicuro è veramente parecchio impegnativo e mi chiedo ma perché solo adesso? Ma continuiamo con il nostro discorso.

La seconda ondata vera e propria del femminismo arriva tra gli anni 60 e 80 del novecento. Nel 1963 esce La mistica della femminilità di Betty Friedan negli Stati Uniti che dà voce ad un malessere diffuso tra le donne americane della classe media chiuse in case perfette con elettrodomestici nuovi e nessun scopo di vita al di fuori delle mura di casa. Il discorso si allarga non più solo il voto ma anche il corpo, la sessualità, il lavoro, il linguaggio, i ruoli nella società.

È l'epoca in cui si comincia a dire che il personale è politico e che quello che succede dentro una casa non è mai solo una questione privata. Poi arriva la terza ondata negli anni 90 e 2000 che comincia a mettere in discussione l'idea stessa che esista un'unica esperienza femminile uguale per tutte le donne del mondo e comincia a parlare di intersezionalità. La condizione di una donna cambia a seconda della classe sociale in cui è nata, del colore della sua pelle, del paese in cui vive e del suo orientamento sessuale.

E poi per alcuni studiosi c'è una quarta ondata quella che è partita diciamo intorno al 2017 con il movimento MeToo, nato negli Stati Uniti ma diventato in poche settimane un fenomeno globale, digitale, capace di far cadere l'intera carriera costruita su decenni di abusi taciuti. Una mobilitazione fatta di hashtag, di racconti condivisi online e che per la prima volta nella storia non ha bisogno di un giornale o di un partito per organizzarsi, veramente figlia di questi tempi. E qui voglio aprire una parentesi tutta italiana perché questo video parla del pensiero della nostra società e la nostra società ha una data che vale assolutamente la pena ricordare ed è il 5 agosto 1981.

Fino a quel giorno il codice penale italiano prevedeva ancora due cose che oggi ci sembrano fuori dal tempo, non ci capacitiamo, eppure così 1981, il delitto d'onore che riduceva drasticamente la pena per chi uccideva la moglie, la figlia, la sorella o la fidanzata, sorpresa in una relazione considerata disonorevole. E poi il matrimonio riparatore che permetteva a chi aveva stuprato una donna di annullare il reato semplicemente sposandola. Nel 1965 una ragazza siciliana di 17 anni, Franca Viola, viene rapita e violentata da un uomo che pretende di riparare a questo torto sposandola secondo quella stessa legge.

Lei rifiuta, va fino in tribunale, denuncia e vince, diventa un simbolo nazionale e la sua storia contribuisce negli anni successivi a portare quella legge 442 del 1981 che cancella definitivamente entrambe quelle norme dal nostro ordinamento. Non stiamo parlando dell'antica Grecia, stiamo parlando di 45 anni fa. 45 vuol dire che io avevo già 5 anni.

E vi riporto una piccola curiosità. Il primissimo film in cui è apparsa una giovanissima Ornella Muti era proprio dedicato a Franca Viola, si intitola La moglie più bella e io l'ho visto un mucchio di anni fa. Mi ricordo che mi aveva colpito un sacco anche se allora non avevo idea bene di che cosa rappresentasse quel film.

Guardatelo, se lo riuscite a recuperare. Adesso non l'ho cercato online ma secondo me si trova. Ma torniamo ad oggi.

Capitolo 6 — Il presente

Cosa pensano gli uomini di oggi? La pensano ancora come mio padre? La risposta è non tutti e non allo stesso modo. Guardando i decenni dal dopoguerra ad oggi, la tendenza generale nei paesi occidentali è stata verso un consenso sempre più ampio sull'uguaglianza tra uomini e donne. Generazione dopo generazione le cose sono migliorate un po' dappertutto.

Se guardo mio nonno, se guardo mio padre e gli uomini della mia generazione, posso osservare che effettivamente le cose sono parecchio cambiate. E poi vi devo dire questo, mio padre in particolare è un maschilista a parole. Sente il bisogno di recitare la parte dell'uomo duro che non deve chiedere mai, ma lui stesso mi ha cambiato i pannolini.

Lui faceva la spesa, lavava i pavimenti, cucinava e ha fatto un mucchio di sacrifici perché mia sorella ed io potessimo studiare e laurearci. Quindi maschilista a parole ma femminista nei fatti ed è questo quello che conta. Bisogna dirla questa cosa perché sarebbe disonesto raccontare solo la parte peggiore della storia.

Ma dentro questa tendenza generale che abbiamo osservato negli ultimissimi anni si è aperta una crepa nuova proprio tra i più giovani ed è un argomento su cui tornerò molto spesso in futuro. È lì che nasce la domanda che mi sono posta fin dall'inizio. Perché i ragazzi della generazione Z sembrano tornati ad una mentalità che noi pensavamo superata? C'è un sondaggio Ipsos uscito quest'anno che ha intervistato più di 23.000 persone in 29 paesi Italia compresa.

I risultati raccontano una cosa che mi sconvolge. I ragazzi tra i 16 e i 24 anni sono in media quasi il doppio dei loro nonni boomer nel pensare che l'uomo debba avere l'ultima parola nelle decisioni in famiglia. Uno su sei tra i ragazzi della generazione Z pensa che il femminismo abbia recato più danni che benefici alla società, una percentuale più alta di quella registrata tra i boomer.

E poi vi voglio dire questo. Il fenomeno della manosfera che sta dilagando da vent'anni a questa parte ve ne ho accennato forse nell'ultimo video della prima stagione. Il fatto che i ragazzi giovani vengano indotti a pensare che le donne sono colpevoli delle loro difficoltà relazionali è veramente alla base di una mentalità direi tossica, ma non mi piace questa parola.

Comunque è sicuramente una base molto molto pericolosa sulla quale questi ragazzi devono costruire le loro relazioni e sicuramente c'è una grande colpevolezza in questo nella pornografia. Non perché la pornografia sia immorale, perché sia sbagliato guardare i video per eccitarsi. Cioè questa roba qui sarebbe normalissima se non fosse che i porno sono completamente scollegati dalla realtà, ma non esiste quel sesso lì, non esistono quei rapporti lì, non esistono quei corpi lì.

Quegli attori porno sono drogati dalla testa ai piedi, è proprio il caso di dirlo, sono drogati sui genitali per poter durare ore e ore. Insomma quella roba lì è finta e se un ragazzino di 12 anni, 14 anni, 16 anni guarda quelle cose lì senza sapere che sono finte, senza sapere che una donna normalmente non vuole avere rapporti con otto uomini contemporaneamente, è ovvio che poi crescono e mettono le droghe nelle bicchiere, fanno i video alle amichette, li condividono sulle chat, perché tutto questo mondo dei social, tutto questo mondo che viene trasmesso loro è distorto e non hanno gli strumenti per capirlo. Quindi è lì che si insinua il seme poi della violenza e del maschilismo, ma parte veramente da una distorsione della realtà.

Chiudiamo questo capitolo, voglio tornare al discorso che stavo facendo di questo argomento, è importante che si parli il più possibile e quindi dedicherò dei video più approfonditi su questo tema e quindi torniamo a Monte, ma era doveroso fare questa parentesi perché è una cosa che mi preoccupa tantissimo. Sinceramente io compiango le ragazze di oggi, quelle che hanno tra i 20 e i 30 anni, perché se si devono relazionare con dei giovani ragazzi che sono cresciuti a pane e Rocco Siffredi sinceramente ci sono dei problemi, mi dispiace tanto per loro. Chiusa parentesi.

Il dato più interessante di cui vi volevo parlare non è nemmeno quello che vi ho citato prima statisticamente, ma il paradosso che gli stessi ricercatori hanno. Tornando quindi alla statistica di cui vi parlavo prima, c'è un paradosso pazzesco che gli stessi ricercatori chiamano disorientamento reale e che non è semplice ipocrisia, perché lo stesso ragazzo che vuole una compagna obbediente in casa spesso è anche quello che trova più attraente una donna con una carriera di successo fuori casa. Sono due desideri opposti che stanno cercando di vivere insieme nella stessa persona, nella stessa testa, e i ricercatori lo spiegano soprattutto con l'incertezza economica, con la fatica di trovare un ruolo in un mondo che cambia molto velocemente e con il fatto che questi ragazzi crescono dentro appunto i social network che premiano sistematicamente i contenuti più polarizzanti, più aggressivi, più semplici da consumare in pochi secondi.

Le stesse piattaforme che dovrebbero informarli finiscono per restituire loro in loop sempre la stessa narrazione, che gli uomini sono sotto attacco. E' esattamente il meccanismo di Aristotele e di Mobius applicato ad un canale nuovo. Prima il trattato filosofico, poi il trattato scientifico, oggi un video di 15 secondi girato in una stanzetta.

Cambia il canale, cambia il mezzo, ma il contenuto ancora una volta non cambia granché. E c'è ancora una domanda che ho in serbo per voi. Come giudicano le donne oggi le altre donne? Questo è un altro tema importantissimo, perché ci hanno raccontato sempre che le donne sono nemiche tra di loro.

Non è un problema nuovo. Quando in Inghilterra tra fine 800 e inizio 900 il movimento per il voto delle donne comincia a crescere, nasce anche un movimento opposto. E a guidarlo non sono gli uomini, ma è una donna, la scrittrice Mary Ward, che nel 1889 pubblica un appello contro il suffragio femminile, firmato da oltre 100 donne.

Nel 1908 quell'appello diventa una lega organizzata, che in 10 anni arriva ad avere più di 100 sedi in tutto il paese. L'argomento che usano è sempre lo stesso. Le donne hanno una loro sfera naturale, quella dell'influenza gentile, della cura, della casa.

E portare quella influenza dentro la politica, dicono, la rovinerebbe. Attaccano le suffragette definendole isteriche, innaturali, poco femminili. Sono donne che difendono, con le loro stesse parole, l'idea che altre donne dovrebbero avere meno diritti di loro.

C'è un nome per quello che sta succedendo in quel contesto, ed è lo stesso meccanismo con cui ho aperto questo video parlando di mio padre. Si chiama misoginia interiorizzata. L'idea che le donne valgano meno non arriva solo dagli uomini, ma viene assorbita dalle donne stesse, e poi restituita e imposta ad altre donne.

Spesso in modo più duro e più efficace di quanto farebbe un uomo, perché arriva da dentro, da qualcuna che si suppone sia dalla tua stessa parte. È un po' come le donne che portano il velo, che vogliono obbligare le loro figlie a portare il velo. Anche qui chiudiamo parentesi.

Torno a quella cena con cui ho aperto questo video. Io, seduta esattamente nel mezzo di quel tavolo, con la testa rivolta verso il lato degli uomini, perché dentro di me pensavo che lì si dicessero le cose importanti. E i discorsi degli uomini, come vi ho già detto, quella sera, che erano di lavoro, di calcio, insomma, non è che fossero sto granché.

Il problema non era quella tavolata, il problema era il filtro con cui io guardavo quella tavolata, prima ancora di sedermi. Lo stesso filtro con cui per anni ho giudicato le altre donne, prima ancora di ascoltarle davvero.

Quella frase di mio padre, sei una donna, cosa vuoi saperne tu, non è rimasta fuori di me, è proprio entrata, ha preso casa dentro la mia testa, e da lì dentro ha continuato a giudicare, anche quando ero convinta di essermene liberata da un pezzo. È molto difficile sradicare certi condizionamenti. Aristotele l'ha scritta per primo, quella frase, non? Rousseau l'ha ripetuta, vestita da pedagogia, Mobius l'ha rivestita ancora, questa volta di scienza, addirittura di fisiologia.

Ma il posto più difficile in cui estirparla non è un trattato del IV secolo prima di Cristo, conservato in una biblioteca, è la testa di ognuna di noi, oggi, mentre guarda un'altra donna e decide in mezzo secondo se vale la pena ascoltarla, e decide che non ne vale la pena. Wollstonecraft è morta senza sapere che sua figlia avrebbe letto ogni sua pagina seduta su una tomba, per capire chi fosse davvero sua madre. Io non so ancora bene chi sarei, senza quella voce di mio padre dentro la testa, ma almeno adesso la sento arrivare, la riconosco quando parla, e riconoscerla forse è già il punto da cui si può ricominciare.

Non vi ho raccontato tutto questo per dirvi che oggi va tutto bene, che il problema è risolto, che siamo arrivati al capolinea, non è così, e i dati di quel sondaggio Ipsos che vi ho citato purtroppo lo dimostrano fin troppo bene, senza parlare di tutti i femminicidi che ci sono in questo periodo, ma vabbè. Ve l'ho raccontato perché credo che serva sapere da dove viene un'idea prima di poterla davvero mettere in discussione. Se pensi che una cosa sia sempre stata così per natura, allora non c'è niente da fare, ti rassegni.

Ma se scopri che quella cosa ha un autore, una data, un contesto preciso in cui è stata generata, allora scopri anche che forse può avere una fine diversa. Aristotele non ha scoperto una legge di natura, lui ha scritto la propria opinione in un momento preciso, ad Atene nel IV secolo prima di Cristo, e quell'opinione ha avuto un'incredibile fortuna, è stata tramandata da un posto molto autorevole ed è per questo che si è diffusa più di tutte le idee alternative che esistevano già allora, a poche centinaia di chilometri di distanza, addirittura dentro Atene stessa perché appunto c'era il pensiero di Platone, che purtroppo non ha avuto la stessa fortuna. Quella tavola divisa in due alla cena del mio amico in fondo racconta la stessa cosa in scala più piccola.

Da un lato gli uomini seduti da una parte perché a loro aspetta parlare di cose importanti, dall'altro le donne con i bambini sedute dall'altra parte perché a loro aspetta occuparsi della prole. Nessuno ha scritto quella regola da qualche parte, nessuno l'ha decisa quella sera lì, era già lì prima che arrivassimo e' ereditata da chissà quante cene prima di quella ed è finita comunque su quel tavolo senza che nessuno dei presenti l'avesse messa in discussione, me compresa seduta esattamente nel mezzo. La prossima volta che mi troverò a quella tavolata, non so ancora cosa farò, forse mi sposterò dal lato delle donne e ascolterò davvero senza il filtro con cui le ho giudicate fino a questo momento o forse resterò seduta nel mezzo come sempre ma stavolta sapendo perché questa linea di confine esiste, ricordandomi chi l'ha tracciata per primo e quante volte nella storia qualcuno ha già provato a cancellarla.

Questa è la seconda puntata della nuova stagione, come vi avevo anticipato da quando sono dimagrita e ho smesso di preoccuparmi del mio corpo e del cibo, si sono liberate molte energie che voglio dedicare a nuove tematiche e se ci pensate la diet culture in fondo è solo un sistema che qualcuno ha inventato per fare in modo che le donne si occupino solo di piacere agli uomini e non riflettano troppo su che cosa vogliono davvero per se stesse. Torneremo spesso su questo argomento ma non sarà l'unico, ho in servo molte altre sorprese per voi. Per oggi ci fermiamo qui, senza trarre conclusioni c'è ancora molto da dire, questo è A MENTE FERMA, io sono Flavia Stella e vi aspetto alla prossima puntata, ciao!