Volevo essere magra. Sono diventata forte. Episodio 19

Mio padre mi chiamava piantina debole. Ho interiorizzato quella frase per cinquant'anni, fino al giorno in cui ho sollevato cento chili sul bilanciere e ho capito che era una bugia. In questo episodio guardo la mia storia dall'alto e mi chiedo perché ci ho messo così tanto a scoprire che la forza fisica era anche una cosa per me. La risposta non è personale, è strutturale: un sistema di messaggi che da secoli orienta il corpo femminile verso la sottrazione, la fragilità, l'occupazione minima di spazio. Parlo di vocabolario, di feste di skincare per bambine di otto anni, della cellulite inventata nel 1937, di principesse che aspettano, di sarcopenia e di longevità, di Virginia Woolf. E del giorno in cui ho capito che la voce nella mia testa che mi diceva di essere debole non era la mia.

A MENTE FERMA

Stagione 1 — Volevo essere magra Episodio 19 — Una piantina debole

Sottotitolo: Il corpo femminile forte come atto politico


Mio padre quando ero piccola mi diceva sempre che ero una piantina debole.

Non lo diceva con cattiveria, e neanche con la consapevolezza di quanto quella frase avrebbe potuto segnarmi. lo diceva come si fa una constatazione. hai gli occhi verdi, hai i capelli rossi, sei una piantina debole.

Io quella frase l'ho sentita così tante volte che a un certo punto l'ho proprio assorbita, interiorizzata. L'ho trasformata in autobiografia. Ho cominciato a presentarmi così, prima agli altri e poi a me stessa: sono una piantina debole, non sono portata per lo sport, non sono fatta per la fatica.

E poi, qualche anno fa, ho messo 100 chili sul bilanciere e ho fatto l'hip thrust. Nell'hip trust un buon risultato per una donna normale (cioè non un'atleta) è sollevare il 75% del proprio peso. Io all'epoca pesavo circa 80 kg, quindi ho sollevato il 125% del mio peso.

E in quel momento ho pensato: aspetta. Aspetta un secondo. Ma io non ero una piantina debole?

Oggi parliamo di questo. Di chi decide quali corpi hanno diritto di essere forti. Del perché alle donne viene insegnato a restringersi, una dieta dopo l'altra, invece che a crescere e ad espandersi, ad occupare spazio. Di quello che la muscolatura ha a che fare con la longevità, con l'autostima, con l'autonomia nella vecchiaia, con il ruolo sociale. E del perché tutto questo è, profondamente, una questione politica.

Ne parliamo dopo la sigla.

Ciao, bentornati su A mente ferma. Io sono Flavia Stella e questa è la prima stagione, Volevo essere magra.

Siamo all'episodio 19 e se mi seguite da un po' sapete già molte cose su di me: sapete che ho fatto diete per trent'anni, che prendo un farmaco per dimagrire, che ho avuto l'endometriosi, che ho cominciato a fare i pesi tardi, tardissimo, e che ho l'artrite psoriasica, una malattia autoimmune che ogni tanto mi ricorda che il corpo ha le sue opinioni indipendenti dalle mie.

Oggi però voglio fare un passo indietro. Non voglio raccontarvi un episodio della mia storia, voglio guardare quella storia dall'alto e chiedermi: perché le cose sono andate così? Perché ho impiegato così tanto tempo per scoprire che sollevare pesi mi piace e mi fa bene? Perché l'idea di entrare in una palestra con i bilancieri mi è venuta a quarant'anni suonati e non prima? Perché, ancora adesso, a volte mi sento fuori posto in sala pesi — cinquantenne, con l'artrite, goffa, non esattamente il profilo dell'atleta?

La risposta non è nella mia storia personale. La risposta è in una storia molto più grande, molto più radicata, e molto più intenzionale di quanto sembri.

Per anni, quando facevo Iyengar yoga, ho cercato di imparare a fare la verticale. La verticale in sanscrito si chiama 'adho mukha vrksasana' — significa albero a testa in giù — e consiste nell'andare in equilibrio sulle mani, con le gambe verso il soffitto. Ci ho messo quasi un anno per riuscire a farla contro il muro, e riuscivo ad andarci solo con un salto, ve l'ho raccontato nell'episodio cinque.

All'epoca mi dicevo che il problema era il mio peso. Che ero troppo pesante, che le mie braccia e le mie spalle non mi reggevano, che il mio corpo non era fatto per quello.

Ciò che non capivo allora, e che ho capito solo molto dopo, è che il problema non era il peso. Erano una serie di muscoli e di abilità fisiche, di equilibrio, propriocezione, stabilità del core e delle spalle, che non avevo. E poi, piccolo dettaglio non trascurabile, abilità mentali quali un po' di coraggio per vincere la paura di cadere, oppure per accettare che si cadrà e che non sarà una tragedia. Non avevo mai allenato le spalle. Non avevo mai allenato il dorso. Non avevo mai chiesto ai miei muscoli di supportare il mio peso perché non mi era mai venuto in mente che fosse qualcosa che potevo fare, che era una cosa per me. E avevo troppa paura di cadere, troppo poca fiducia in me stessa e nella mia capacità di rialzarmi. Quando ero piccola andavo al doposcuola in un istituto di suore, e ogni anno si organizzava un saggio di danza e recitazione. A un certo punto di un certo saggio bisognava fare la ruota ed io non ero capace. Così mi avevano messo in un angolino del salone ad imparare a fare la ruota con un'altra bambina, anche lei non era capace come me, mentre le altre sul palco facevano le prove della coreografia. Inutile dire che la ruota nè io nè l'altra bambina l'abbiamo mai imparata. Ma essere messa da parte così mi ha dato un'idea molto vivida di come mi sarei sentita praticamente per tutta la vita rispetto all'attività fisica.

La verticale non mi riusciva perché non ero abbastanza forte, sia fisicamente sia psicologicamente, non perché fossi troppo grassa. Sono due cose radicalmente diverse. Una ti dice che sei troppo — troppo grande, troppo grassa, troppo presente. L'altra ti dice che ti manca qualcosa. Ma la differenza fondamentale è che se qualcosa ti manca, lo puoi costruire. Lo puoi conquistare.

Ma nella narrativa che avevo interiorizzato, le donne non costruiscono forza, le donne non crescono. Le donne perdono peso. Le donne scompaiono, le donne si fanno trasparenti, e alcune vengono messe da parte in un angolino del salone, e non possono partecipare alle danze.

Fateci caso. Il vocabolario che si usa per il fitness femminile è quasi sempre un vocabolario di sottrazione.

Perdere peso. Bruciare calorie. Sgonfiare. Snellire. Tonificare — che è una parola quasi priva di significato fisico reale, ma che suona bene perché evoca qualcosa di leggero, di raffinato, di non-minaccioso.

Non si dice mai: costruire. Non si dice: guadagnare massa. Non si dice: diventare più forte.

Il corpo femminile ideale, nell'immaginario collettivo che ci viene venduto ogni giorno, è un corpo che occupa meno spazio. Che pesa meno. Che è più morbido, più flessibile, più arrendevole. Tutti avrete visto la foto di Demi Moore e delle altre star di Hollywood che girano in questo periodo con le braccia rachitiche e le clavicole scavate. Ditemi sinceramente nei commenti: Demi Moore la preferite così o come compariva nel film Soldato Jane, in cui faceva i piegamenti su un braccio solo? E quale delle due pensate sia più sana?

Pensiamo un attimo alle discipline che vanno di moda maggiormente tra le donne: Yoga, pilates, varie forme di corsi musicali — tutte attività bellissime, sia chiaro, tutte con i loro meriti reali — ma guardate il denominatore comune: sono discipline che allungano, ammorbidiscono, affinano. Nessuna di queste attività ti rende più forte nel senso fisico della parola. Nessuna di queste attività ti fa sollevare carichi pesanti.

E questo non comincia a vent'anni. Comincia molto prima. Quando ero piccola io con il culto della barbie. Ma oggi sta succedendo qualcosa di ancora peggiore.

Negli ultimi anni è diventata una moda regalare alle bambine — bambine di otto, nove, dieci anni — delle feste di bellezza, anche dette Beauty Party o Spa Party. Lo sapete cosa sono? sono eventi sociali, delle festicciole, appunto, in cui le invitate si riuniscono per condividere una sessione collettiva di cura della pelle, provando maschere, sieri e massaggi facciali. Queste feste sono per lo più pubblicizzate e raccontate dai trend sui social, da TikTok in poi, e si dividono oggi in due grandi categorie: le feste professionali per bambine e teenager, e i pomeriggi di relax per adulti, uomini o donne. Gli adulti lasciamoli da parte. Parliamo delle bambine. In pratica in queste feste le bambine si fanno tutte insieme maschere per il viso, sieri, creme idratanti, kit di skincare, come se andassero tutte in gruppo dall'estetista, ma lo fanno a casa, in salotto. Peraltro c'è anche chi le organizza proprio nei centri estetici oppure direttamente in profumeria. Ovviamente dietro ci sono interessi commerciali: marchi che fino a ieri vendevano alle trentenni hanno lanciato linee per le pre-adolescenti. Sui social trovate video di bambine che seguono routine di dieci step per la cura del viso con la stessa serietà con cui un atleta segue un protocollo di allenamento.

Allora. Una bambina di otto anni non ha bisogno di un siero anti-età. La sua pelle è perfetta per definizione — è pelle di bambina. Quello che quei prodotti le stanno vendendo non è una soluzione a un problema reale. Le stanno vendendo il problema. Le stanno insegnando, prima ancora che il suo corpo sia adulto, che ha bisogno di essere migliorato, ottimizzato, corretto. Che il suo viso così com'è non è abbastanza. Questa roba mi fa impazzire. Ho visto un reel di Factanza su questo argomento, e avrei voluto buttare il telefono giù dal balcone. Invece di indirizzare la curiosità e la vivacità delle bambine verso la comprensione di che cosa sono fatte le stelle, di come sta su un ponte, di cosa c'è all'interno del nostro corpo, insegnamo loro a mettersi la crema Veramente? Veramente??

È la stessa logica con cui le donne adulte vengono bombardate dai media fin dall'inizio del secolo scorso. Voi saprete benissimo che tutte le donne hanno sempre avuto la cellulite ma che una volta nessuno se ne preoccupava. Poi cos'è successo? Per vendere le creme, i media hanno iniziato a parlare della cellulite come di un problema. Per la precisione, nel 1937, la celebre rivista francese Marie Claire pubblicò un articolo d'impatto che descriveva la cellulite come una "patologia insostenibile da combattere". Nel 1968 Vogue inserì per la prima volta la parola cellulite in un articolo di lingua inglese, definendola come un grasso vecchio, tossico e accumulato che rovinava la silhouette della donna moderna. Adesso quella stessa logica viene applicata alle persone di genere femminile ancora prima che sviluppino un pensiero critico. Prima che una bambina possa chiedersi se il messaggio veicolato ha senso. Prima ancora che sia in grado di farsi venire un brufolo, una bambina si sente dire che la sua pelle, così com'è, non va bene. E ancora peggio, che se vuole far innamorare di sé qualcuno, deve fare la skin care. E comprare l'illuminante. Telefono giù dal balcone, e poi passato sotto un caterpillar.

Ma non è mica una novità. Da quanto tempo c'è il mito della principessa? Il mito della principessa è più vecchio della skincare per bambine, ma funziona allo stesso modo. La principessa è bella — sempre, per definizione. È gentile, paziente, arrendevole. Aspetta. Aspetta di essere salvata, aspetta che qualcuno venga a risolvere il problema per lei. Il suo corpo è un oggetto del desiderio, non uno strumento di azione. Non fa niente di fisicamente impegnativo — non si sporca, non suda, non solleva niente di pesante. Il suo potere, se ce l'ha, è la bellezza. Non la forza.

Per decenni questo è stato il modello narrativo dominante per le bambine. Cenerentola aspetta. La Bella Addormentata aspetta. Biancaneve aspetta. Tutte aspettano che arrivi qualcuno a completarle. A salvarle, e a mantenerle.

Va detto che qualcosa, in questo ambito, sta cambiando. Alcuni cartoni animati degli ultimi anni hanno cominciato a raccontare storie diverse, in particolare per i cartoni della Disney. Moana prende una barca e attraversa l'oceano da sola. Merida in Ribelle rifiuta di sposarsi e sceglie il tiro con l'arco. Elsa non ha bisogno di essere salvata — è lei la fonte del potere, anche quando quel potere spaventa. Non sono personaggi perfetti dal punto di vista della rappresentazione, e l'industria che li produce ha i suoi interessi commerciali come tutti. Cavalcare l'onda woke ha dato i suoi frutti, e secondo me in questo senso stanno pure esagerando, ma il fatto che esista un immaginario alternativo, che le bambine di adesso abbiano anche queste storie come punto di riferimento, oltre a quelle delle principesse che aspettano, non è irrilevante. Anzi.

Il problema è che quell'immaginario alternativo convive con le feste di skincare. Con i kit di bellezza venduti alle elementari. Con i social media che mostrano alle bambine di dieci anni come correggere i 'difetti' del viso. I messaggi progressisti e quelli regressivi arrivano insieme, sovrapposti, e tocca alle bambine — e alle adulte e agli adulti che le accompagnano — decodificarli.

Nessuno fa questo lavoro di decodifica per loro. La scuola non lo fa. La pubblicità ovviamente no. E i genitori spesso non sanno nemmeno che il problema esiste, perché anche loro sono cresciuti con quegli stessi messaggi e li danno per scontati.

I pesi, invece. La sala pesi. Il bilanciere. Quello è un mito culturalmente maschile. Non perché le donne non possano farlo — biologicamente non c'è nessuna ragione per cui una donna non possa e non debba sollevare pesi, anche se in un passato non troppo lontano si scrivevano trattati su questo argomento. Ma perché un corpo femminile forte è, culturalmente, un problema.

Un corpo femminile forte occupa spazio. Non chiede permesso. Non si scusa per esistere. Lo sapete: mens sana in corpore sano. Una donna forte fisicamente diventa inevitabilmente forte anche mentalmente. Sa di potercela fare. Sa di poter contare su se stessa. Sa che può difendersi. Sa che può raggiungere risultati concreti, proporzionali alle sue capacità e al suo impegno. E vuole essere retribuita di conseguenza.

E questo disturba.

Quando dico patriarcato, so già che una parte di chi mi ascolta si irrigidisce. È una parola che in certi contesti è diventata un'arma retorica, e come tutte le armi usate troppo e male, ha perso precisione. Quindi voglio sgomberare subito il campo da possibili fraintendimenti.

Non sto parlando di una cospirazione. Non sto dicendo che c'è un gruppo di uomini in una stanza che ha deciso di mantenere le donne deboli. Ma che esiste qualcosa di più sottile e più pervasivo: esiste un sistema di aspettative, di messaggi, di incentivi economici e culturali che da secoli orienta il corpo femminile verso la debolezza, la dipendenza, la miniaturizzazione. E quel sistema non ha bisogno di essere intenzionale per funzionare. Funziona da solo, per inerzia, perché nessuno lo mette in discussione.

Pensate alla storia. Alla moda femminile delle stecche dei corsetti, che avevano il compito di strizzare il busto e la vita delle donne fino a renderli sottilissimi, metafora della costrizione femminile. Con le stecche di sicuro non si poteva respirare a fondo e neanche ragionare tanto lucidamente. Per secoli alle donne è stato letteralmente vietato fare sport. Le prime olimpiadi moderne, nell'edizione del 1896, erano riservate agli uomini. Le donne sono state ammesse gradualmente, sport per sport, con resistenze enormi. La maratona olimpica femminile è stata introdotta nel 1984. Meno di cinquant'anni fa.

Pensate alla medicina. Per decenni si è creduto — e in certi ambienti si crede ancora — che l'attività fisica intensa fosse dannosa per le donne, in particolare per l'apparato riproduttivo. Una bugia senza fondamento scientifico, ma utilissima per tenere le donne lontane dalla forza fisica. Una bugia molto ipocrita, perché nelle case, nelle campagne, e in seguito nelle fabbriche, le donne lavoratrici si sono sempre fatte un mazzo così.

Pensate all'industria della bellezza. Il mercato dei prodotti dimagranti, delle diete, degli integratori per perdere peso vale miliardi. Il target principale sono le donne. Non perché le donne abbiano più bisogno di dimagrire degli uomini — non è così, l'obesità purtroppo è una patologia collettiva. Ma perché alle donne è stato insegnato che il loro corpo è un problema da risolvere, e che la soluzione si compra.

Un corpo femminile forte non compra quei prodotti. Un corpo femminile forte non ha bisogno di essere riparato. E questo, economicamente e culturalmente, dà parecchio fastidio.

Torniamo alla piantina debole.

Mio padre è uno sportivo. Ha giocato a calcio da giovane, va ancora in bicicletta a ottant'anni. Ma il suo modello di corpo sano, di corpo forte, era un modello maschile — e non gli è mai venuto in mente di trasmetterlo a me, sua figlia. A me ha trasmesso la definizione: piantina debole. Come se fosse una categoria naturale. Come se le donne della sua famiglia fossero piantine deboli per natura, e non ci fosse niente da fare.

Mia madre, ne ho parlato nell'episodio nove, aveva avuto la poliomielite da bambina. Si muoveva poco, malvolentieri. Mi ha trasmesso una prudenza motoria profonda, quasi fisica — e, per pura biologia, anche il suo DNA mitocondriale. I mitocondri — le strutture cellulari che producono energia nei muscoli — si ereditano per via materna. Mia madre non aveva mai allenato i suoi muscoli. Anche la mia dotazione di partenza, quindi, non era esattamente ottimale.

Piantina debole per definizione paterna. Prudenza motoria per trasmissione materna. Mitocondri poco allenati per eredità biologica.

Nessuno di loro lo faceva con cattiveria. Stavano solo trasmettendo quello che sapevano, che avevano vissuto, che il contesto culturale in cui erano cresciuti aveva insegnato loro. Ma il risultato era lo stesso: io sono arrivata alla cinquantina convinta di non avere il diritto di sollevare pesi.

Uso questa parola, diritto, volutamente. Non è esattamente la parola giusta, che sarebbe 'capacità' — quella si costruisce. Ma parola interiorizzata è proprio 'diritto'. Mi sentivo come se quello spazio, la sala pesi, non fosse per me. Come se ci volesse un permesso, o un'attitudine, che non avevo.

E nessuno mi aveva mai detto esplicitamente che non potevo farlo. Non ce n'era bisogno. Me l'avevano detto in mille altri modi, per tutta la vita.

Adesso voglio parlare di qualcosa di cui si parla troppo poco, soprattutto in relazione alle donne: il ruolo della massa muscolare nella longevità e nella qualità della vita nella terza età.

La sarcopenia è la perdita progressiva di massa muscolare che inizia intorno ai trent'anni e accelera significativamente dopo i cinquanta. Senza intervento attivo, si può perdere fino al 5% di massa muscolare all'anno. Nelle donne questo processo è aggravato dalla menopausa, perché gli estrogeni hanno un effetto protettivo sulla massa muscolare, e la loro riduzione ne accelera la perdita.

Le conseguenze della sarcopenia non sono estetiche. Sono funzionali, e sono gravi. Perdita di forza e di equilibrio — e quindi rischio molto più elevato di cadute. Le fratture da caduta negli anziani, in particolare le fratture all'anca, sono una delle principali cause di perdita di autonomia e di morte nelle persone over 70. Metabolismo più lento, con maggiore facilità ad accumulare grasso e maggiore difficoltà a gestire la glicemia. Riduzione della densità ossea — e le donne sono già più a rischio di osteoporosi degli uomini. Diminuzione della capacità cognitiva — perché l'attività muscolare produce sostanze che proteggono il cervello, tra cui il BDNF, il fattore neurotrofico, che stimola la neuroplasticità.

In particolare, la scienza ha dimostrato che sollevare pesi non sviluppa solo i muscoli, ma agisce come un potente stimolatore della plasticità cerebrale e della salute cognitiva.

In altre parole: il muscolo non è estetica. Il muscolo è autonomia. Avere una buona muscolatura fa la differenza tra alzarsi da sola dal divano a settant'anni o aver bisogno di aiuto. Fa la differenza tra una vecchiaia in cui puoi fare le cose che vuoi fare e una vecchiaia in cui sei dipendente dagli altri.

E la cosa straordinaria — e in un certo senso anche frustrante, perché nessuno ce lo spiega — è che il deterioramento naturale della nostra autonomia non è inevitabile. Si può rallentare significativamente, e in parte invertire, con l'allenamento della forza. Non con il cardio. Non con lo yoga. Non con il pilates — tutte cose utili, ma non sufficienti per questo scopo specifico. Con i pesi. Con il sovraccarico progressivo. Con il chiedere ai muscoli di fare qualcosa di difficile, regolarmente, nel tempo.

Quindi: il sistema culturale che tiene le donne lontane dai pesi non solo le priva di una fonte di forza e di autostima nel presente. Le priva di un investimento fondamentale per la loro salute futura. Le rende più vulnerabili, più dipendenti, più fragili — esattamente come il patriarcato, nelle sue varie forme, ha sempre voluto che fossero. E non per caso. In questo periodo sto leggendo Una stanza tutta per sè di Virginia Woolf. Mi sento un po' ridicola ad aver scoperto Virginia Woolf alla mia età, ma meglio tardi che mai. Beh, in questo capolavoro straordinario Virginia, tra le tante cose scioccanti, dice che per molti uomini è necessario, per sentirsi sicuri di sè, pensare di essere migliori di almeno metà della popolazione mondiale, cioè migliori delle donne. Se gli togliete questa sicurezza, vanno in crisi. Se un uomo viene criticato per un qualsiasi motivo da un altro uomo, lo può accettare, con fastidio, ma ci può fare i conti. Ma se la critica viene da una donna, è un'offesa intollerabile che mette letteralmente in crisi la sua identità.

Non voglio aprire qui una digressione in questo senso perché sarebbe un discorso troppo lungo, prendetelo come uno spunto di riflessione che coltiveremo in un'altra puntata. Torniamo al bilanciere.

Il giorno in cui ho fatto l'hip thrust con 100 chili non è stato un giorno particolarmente speciale. Non mi ricordo neanche che giorno fosse, non l'ho segnato sul calendario. Mi ricordo solo che quel giorno c'era in palestra ad allenarsi vicino a me una ragazza che solleva pesi davvero pesanti, una ragazza molto molto giovane, con una struttura fisica tipica delle powerlifter, gambe corte, cosce e glutei importanti. Lei stava facendo l'hip trust e caricava tanto, mi pare 120-130 kg. Ricordo di aver pensato: voglio essere come lei, posso farcela anche io.

L'hip thrust è un esercizio che allena i glutei e i muscoli posteriori della coscia. Si fa sdraiati con le spalle su una panca, il bilanciere sulle anche, e si spinge verso l'alto con i fianchi. Con tanti chili sul bilanciere. Preparare il bilanciere per questo esercizio richiede un quarto d'ora — bisogna aggiungere i dischi, avvolgere il bilanciere in una protezione imbottita per le anche, posizionare tutto correttamente. Ogni volta mi chiedo se ne vale la pena. Vale la pena.

Quando ho sollevato quei 100 chili, la prima cosa che ho pensato non è stata 'sono brava' o 'ce l'ho fatta'. La prima cosa che ho pensato è stata: sono forte.

Non 'sono diventata forte'. Non 'sto diventando forte'. Sono forte. Presente indicativo. Come un dato di fatto, una caratteristica oggettiva del mondo.

È stata la prima volta in vita mia che ho descritto il mio corpo con una parola che non fosse una carenza. Non 'sono troppo pesante'. Non 'sono troppo grassa'. Non 'sono una piantina debole'. Sono forte.

E mi sono resa conto in quel momento di quanto spazio quella parola aveva occupato dentro di me — tutto lo spazio che per cinquant'anni era stato occupato dal suo contrario.

Anche adesso, dopo i 100 chili di hip thrust, dopo qualche anno di allenamento, dopo aver capito intellettualmente tutto quello di cui vi ho parlato oggi — anche adesso mi capita di sentirmi fuori posto in sala pesi.

Sono cinquantenne. Ho l'artrite psoriasica. Sono goffa, lo sono sempre stata. Vado piano, devo andare piano. Ci sono ragazzi e ragazze di vent'anni in palestra che sollevano il doppio di me con la metà dello sforzo. E a volte mi chiedo cosa ci faccio lì. Se ho il diritto di essere lì. Se non è un po' ridicolo.

Quella voce è mio padre. È l'insegnante di yoga. Sono decenni di messaggi che mi hanno detto che il corpo forte, il corpo atletico, il corpo che occupa spazio fisico e culturale in una sala pesi, non è il mio tipo di corpo.

La differenza è che adesso so che quella voce, semplicemente, si sbaglia.

Non ho superato il senso di inadeguatezza. L'ho riconosciuto per quello che è: non una verità su di me, ma un prodotto culturale. Qualcosa che mi è stato insegnato, non qualcosa che sono. E riconoscerlo non lo fa sparire, ma cambia completamente il rapporto che ho con esso.

Quando quella voce arriva, adesso, la guardo. La saluto. E poi vado ad alzare il bilanciere lo stesso.

Voglio chiudere con qualcosa di pratico.

Se siete donne e non avete mai sollevato pesi, vi chiedo di considerare seriamente di cominciare. Non per dimagrire — anche se potreste dimagrire, perché la massa muscolare aumenta il metabolismo basale e migliora la gestione dei macronutrienti che ingerite. Non per sembrare atletiche — anche se potreste arrivare a sembrare atletiche, e non sarebbe certo una cosa negativa. Ma per voi stesse. Per il vostro corpo nel futuro. Per la vostra autonomia a sessanta, a settanta, a ottant'anni.

Se siete donne e avete cominciato a fare pesi ma vi sentite fuori posto — troppo vecchie, troppo pesanti, troppo deboli, troppo o troppo poco di qualunque cosa — sappiate che quel senso di inadeguatezza non viene da voi. Vi è stato messo addosso. E potete decidere di non tenerlo.

Se siete donne e già sollevate pesi e sapete già tutto quello che vi ho detto oggi — bentrovate. Mandate questo episodio a qualcuna che non lo sa ancora.

E se siete uomini che ascoltano questo podcast — pensate a come parlate del corpo delle donne che conoscete. Pensate a che tipo di forza incoraggiate, e a che tipo scoraggiate, anche senza volerlo. Pensate a quante piantine deboli avete contribuito a creare, con le migliori intenzioni.

Il corpo femminile forte è un atto politico, non perché qualcuno abbia deciso di renderlo tale. Ma perché esiste in un contesto che preferisce i corpi femminili piccoli, flessibili, silenziosi. E scegliere di non essere quello — a prescindere dal vostro punto di partenza — è già, di per sé, una dichiarazione.

L'artrite c'è ancora. Il freno a mano c'è ancora. Vado piano, probabilmente andrò sempre piano.

Ma sono in palestra. Sono lì tre, quattro volte alla settimana. Sto costruendo qualcosa — non perdendo, non sgonfiando, non tonificando. Costruendo.

E adoro questa parola, costruire, una parola che dopo cinquant'anni di vocabolario della sottrazione, mi sembra ancora rivoluzionaria ogni volta che la uso per descrivere cosa sto facendo con il mio corpo. Costruire.

Per oggi ci fermiamo qui, senza trarre conclusioni, c'è ancora molto da dire. Se questo episodio ti ha detto qualcosa, mandalo a qualcuna — o qualcuno — che ha bisogno di sentirlo. Ricordati di iscriverti al canale e lasciami un commento, rispondo sempre. Questo è A mente ferma, io sono Flavia Stella, e ti aspetto alla prossima puntata.